Torre Civica

Nonostante varie risistemazioni nel corso dei secoli, la torre civica medievale giunse alla fine del ‘700 in pessime condizioni… era ormai prossima al crollo, si decise quindi di demolirla e ricostruirne una più grande e robusta. Progettazione e realizzazione vennero affidate rispettivamente all’architetto comasco Augustoni ed al capomastro civitanovese Marazzi che potè iniziare i lavori nel 1791. Interruzioni e lungaggini furono una costante, ma si riuscì comunque ad ultimare l’edificio entro il 1796, utilizzando anche una porzione di Palazzo Cesarini. Sappiamo che, agli inizi dell’800 venne costruito anche il nuovo teatro condominiale, rinnovando gli spazi dell’antico Palazzo Pubblico estesi ed unificati alla vicina sede ducale. La Torre Civica, allora posta nel mezzo, rimase inglobata tra i due edifici e da allora sembra curiosamente spuntare dai tetti di Piazza Trieste. Nel 1808, vennero collocati due orologi alla francese con mostra in pietra bianca di Cingoli, rivolti: uno verso S. Agostino ed il Cassero, l’altro verso la Val di Chienti. In seguito saranno rimossi e sostituiti con degli altri che comunque conserveranno lo stesso orientamento. Il manufatto è coronato da un cornicione e culmina con cuspide e pesante lantemino in tufo. Pare che l’apposizione di quest’ultimo sia stata oggetto di snervanti controversie tra l’Augustoni ed il Marazzi che, oltre a coinvolgere Comune e cittadinanza, ritardarono il completamento dell’opera. Anche la Torre Civica è strettamente legata al ricordo dell’insurrezione anti-feudale del 1568. E’ accertato che i tumulti di piazza iniziarono quando la campana della vecchia torre iniziò a suonare ad arma. Purtroppo la rivolta fallì e la sommossa venne presto sedata e duramente repressa. Oltre alle tredici condanne a morte, vi furono numerose fughe oltre l’Adriatico per sfuggire alle pesanti conseguenze. Per un po’ di tempo la torre e la cittadinanza furono anche private della campana, vista dalle autorità come “soggetto insurrezionale”. In seguito ricollocata al suo posto, eseguirà tredici rintocchi sul calar della sera per quasi quattro secoli. Tredici furono gli impiccati, tredici furono i rintocchi e in molti li ricordano ancora, almeno fino agli anni ’50 del secolo scorso. Un religioso compianto per i promotori della rivolta o/e un monito per la cittadinanza. A scanso di equivoci, la saggezza popolare decise di affibbiare alla macabra rievocazione un appellativo quanto mai emblematico: “li guai de Montecò”.

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