Convento Agostiniano

IL PALAZZO DEI FRATI

Lo storico palazzo comunale di Montecosaro è un ex-convento agostiniano. Forma e struttura attuali del convento e della chiesa attigua (intitolati originariamente a S. Martino e, dal sec. XV, a S. Agostino) sono il risultato di un poderoso intervento edilizio della seconda metà del Settecento: l’ultima, la più articolata e ricca trasformazione architettonica della lunga storia degli Agostiniani di Montecosaro. Che qui furono presenti sempre sullo stesso luogo per sei secoli, dalla metà del Duecento agli anni sessanta dell’Ottocento.

LE ORIGINI DEGLI AGOSTINIANI

Le origini dell’insediamento agostiniano di Montecosaro risalgono alla nascita stessa dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino (o Eremitani Scalzi o semplicemente Agostiniani), che fu voluta da papa Innocenzo IV (1243-1254) e completata dal successore Alessandro IV (1254-1261): un Ordine religioso che ebbe come fondatore, dunque, il papa stesso e che nacque ufficialmente con la “Grande Unione” del 1256, avvenuta dopo un decennio di Capitoli e insediamenti fondazionali. Protagoniste alcune consistenti comunità pauperistiche, cenobitiche e penitenti della prima metà del sec. XIII, per lo più ispirate alla vita ed agli scritti del grande vescovo di Ippona (c. 354 – 430), il più prolifico autore dell’antichità, uno dei Padri della Chiesa.

Nel nuovo Ordine confluì anche una folta comunità religiosa marchigiana che aveva fatto la scelta agostiniana già dal 1227, presente soprattutto nel territorio di Fermo e di Ancona: gli eremiti originari di Brettino (antico nome di una località tra Fano e Pesaro). Forse dai Brettinesi, allora diffusi anche fuori delle Marche, derivò il primo gruppo conventuale di Montecosaro, il quale risulta esistente nel 1247. Siccome, però, il convento urbano degli Agostiniani di Montecosaro fu tra quelli sorti nel periodo fondazionale dell’Ordine (1244-1256), resta da chiedersi se esso non sia nato per l’adesione all’appello di Innocenzo IV di qualche comunità eremitica (brettinese o di altra origine) già presente “extra muros”.

Così come ci si deve chiedere che ruolo vi abbiano avuto i monaci farfensi, dall’Alto Medioevo proprietari di estesi beni fondiari in territorio comunale e, con ogni probabilità, anche del luogo del futuro insediamento agostiniano. Si deve comunque ragionevolmente supporre che le proprietà iniziali di Montecosaro siano derivate agli Eremiti di S. Agostino dai Benedettini di Farfa, allora in declino. Val bene ricordare, infatti, che una “curtis Sancti Martini” (la stessa S. Martino che fu poi degli Agostiniani?) è citata nei registri farfensi insieme a quella di S. Maria di Chienti (meglio conosciuta come “L’Annunziata”). E, d’altra parte, tra gli Agostiniani della primissima generazione, si sa che confluirono anche religiosi di regola benedettina.

DALL’EREMO ALLA CITTA’

Gli Agostiniani, nati per volontà del papa, ebbero dal lui la direttiva di abbandonare gli eremi isolati (dei quali resterà memoria nel nome del nuovo Ordine) e di inurbarsi in “terre” e “castelli” d’Europa; di coniugare, cioè, la nuova pratica dell’apostolato tra la gente con quella più antica, contemplativa e comunitaria. Il fenomeno fu rilevante nelle Marche, terra feconda di movimenti spirituali e di espansioni urbane nei secoli XIII e XIV. Qui, gli Agostiniani seppero costruire da subito una forte simbiosi tra comunità religiosa e comunità civile-municipale, che fu strettissima in territorio di Fermo, città a cui Montecosaro (tuttora compreso in quella diocesi) fu soggetto feudalmente ed ecclesiasticamente nel Medioevo. Più in generale, la rapida diffusione dei conventi agostiniani dentro o appena fuori le mura dei centri abitati dalla metà del XIII sec., ebbe anche, come per gli altri grandi ordini mendicanti, evidenti finalità politiche. Al papato interessava, infatti, sottrarre le nascenti comunità cittadine all’influenza dei movimenti ereticali ed a quella delle potenti fazioni ghibelline.

Anche nei territori dello Stato della Chiesa, tutt’altro che immuni da violenti conflitti politico-religiosi, si stava giocando, da lungo tempo, una partita difficile e dall’esito incerto tra Comuni fedeli al Papato e Comuni fedeli all’Impero, spesso in guerra tra loro per più banali conflitti territoriali e campanilistici. Contrapposizioni che ebbero una caotica e violenta accelerazione negli anni del contrasto tra l’imperatore Federico II (r. 1220-1250) e il papa, quell’Innocenzo IV fautore, appunto, della “Grande Unione” agostiniana. Il piccolo Comune di Montecosaro, fedele alla Chiesa per trarne sostegno contro le ambizioni egemoniche della vicina Civitanova, ebbe parte nello scontro con conseguenze disastrose, e particolarmente negli anni dell’insediamento agostiniano. Una battaglia campale di grosse dimensioni tra guelfi e ghibellini, infatti, avvenne proprio nel suo territorio (o comunque tra Montecosaro e Civitanova) nel 1247 con gran numero di morti, con lo smacco della vittoria della confinante città rivale insieme alle forze imperiali, con seguito di umilianti vendette.

E’ in questo contesto, con buona evidenza, che, in paese, un certo municipalismo protervo e tutto racchiuso tra le mura, sempre pronto a barricarsi nel suo “sito forte” e a dimenticare la sudditanza ecclesiastica, cominciò a coniugarsi con la presenza garante e pacificatrice degli Agostiniani. Insediati significativamente, questi, nel punto più alto del “castrum”, tra la piazzaforte del Cassero e l’edificio comunale di piazza, come a custodia dell’unità della “christiana communitas” e della sua obbedienza al papa.

IL CONVENTO E LO SPAZIO URBANO

La ricostruzione settecentesca del complesso agostiniano di Montecosaro è stata il principale motore della trasformazione urbanistica dell’intera area circostante che, tra il 1783 ed il 1809, raggiunse faticosamente quella spazialità semplice ma armoniosa che vediamo ancora oggi immutata (solo la terrazza balaustrata di piazza e le “botteghe” sottostanti sono del 1927). La ricostruzione agostiniana (convento, chiesa e torre), infatti, ma ancora prima quella della parrocchiale di Santa Maria e San Lorenzo (elevata a Collegiata con rendite e canonicati), precedono di molti lustri, motivano ed orientano l’intervento comunale successivo. La più decisa capacità di innovazione da parte ecclesiastica è tanto evidente quanto evidente è il lento e travagliato corso dell’iniziativa pubblica che, tra continui intoppi e ripensamenti, si protrasse per quasi trent’anni e con risultati più modesti, se si guarda ai singoli edifici: le Logge, la nuova torre civica, il teatro ricavato negli spazi de palazzo pubblico, la piazza Maggiore (oggi piazza Trieste), l’allineamento del palazzo Cesarini (già Palazzo dei Priori) a quello pubblico (ex Palazzo Vecchio), tutto viene tirato su a forza di faticosi prelievi fiscali e qualche rara sovvenzione del governo centrale; sempre al risparmio fino all’ultimo baiocco, sempre rattoppando e integrando.

Che la struttura monumentale e ben più razionale degli Agostiniani abbia preceduto di qualche decennio le scelte edilizie del Comune, non deve però meravigliare. Gli Agostiniani avevano grande cultura, ma anche grandi risorse economiche. Se la rendita ecclesiastica era ovunque molto consistente, quella degli agostiniani di Montecosaro era forse la più alta dell’Ordine nelle Marche. La cassa comunale del tempo, al contrario, era miserrima: nessuna proprietà redditizia, solo il magro introito delle tasse per le spese correnti.

LE PROPRIETA’ DEL CONVENTO

Nel 1808, il “delegato per le avvocazioni” del neonato napoleonico Regno d’Italia, tale Niccola Gerbi, scrisse che “lo stato del convento è ottimo e di non piccola estensione”. Inoltre che i terreni arativi ed alberati di sua proprietà avevano una rendita complessiva di 1.373,34 scudi romani ed un valore catastale di ben 18.870,80. I nomi, in parte oggi dimenticati, delle numerose località di Montecosaro, dove allora erano ubicati i 21 appezzamenti del convento (tutti condotti a colonia tranne uno), danno uno spaziale quadro d’insieme di quella cospicua proprietà: Piani di Chienti, Selve, Valli, Pontigliano, via del Molino, Ruano, Pomarola, Incalzo, Fontanella. Fogliano, Zaccarano, Porta Santa Lucia, Stabbie, Mattarella, Fontepila, Castelluccio, Castellano, S. Maria del Monte, Campodonico. Pur condivisa, almeno nell’Ottocento, con i confratelli di Civitanova e Recanati (v. catasto rustico comunale del 1833), la proprietà agostiniana di Montecosaro accumulata nei secoli era tale da far impallidire ogni religioso voto di povertà e ogni altro reddito agricolo in paese, laico o ecclesiastico che fosse.

Illuminante, in tal senso, un riscontro sul catasto rustico del 1833, dove risulta che gli Agostiniani (insieme di Montecosaro, Civitanova e Recanati) avevano l’estimo di gran lunga più alto in territorio comunale: 16.708 mila scudi. A seguire, ma piuttosto distante, quello della contessa Teresa Graziani (madre di Antonio Gatti) di 10.884 scudi. Molto distanti gli estimi di alcuni notabili autorevoli del paese e del clero secolare: i Lanciani (6.507), il ramo più abbiente dei Cagnaroni (5.030), i Malerbi (4.113), l’Arcipretura (4.108), i canonici della Collegiata (3.204), i Laureati (3.073), gli Olivelli (1.236).

Quando, dopo l’Unità d’Italia, i terreni degli Agostiniani furono espropriati e messi in vendita, alcuni degli acquirenti, compresi gli speculatori favoriti dalla nuova dirigenza italiana e pronti a rivendere, pagarono due volte, una allo Stato ed una alla Chiesa; tanta era la paura della scomunica comminata dall’autorità ecclesiastica e delle pene dell’inferno. Dalle alienazioni post-unitarie derivò, in parte, l’incremento demografico ed abitativo rurale tra Ottocento e Novecento. Ex -agostiniane sono una ventina di proprietà rurali di oggi in territorio comunale.

DA CONVENTO A MUNICIPIO

Già dal 1862, appena dopo le leggi di soppressione degli ordini e corporazioni religiose emanate dal nuovo Stato unitario, l’amministrazione comunale di Montecosaro, con una spesa di affitto di £ 210.14 pagata alla cassa ecclesiastica dello Stato, prese in uso i locali del convento degli Agostiniani e, in convivenza con gli ultimi frati, vi trasferì progressivamente tutti i servizi municipali prima sparsi qua e là: il Monte di Pietà, le tre classi scolastiche, la caserma della guardia nazionale, la Congregazione di Carità, il Monte frumentario e quello dei pegni. La speranza era quella di ottenere, prima o poi, la cessione gratuita dell’intero stabile e trasferirvi la residenza comunale da sempre fastidiosamente costretta negli angusti spazi dell’antico Palazzo Vecchio (oggi foyer e camerini del Teatro delle Logge e qualcos’altro ancora).

Quando, nel 1863, lo Stato mise in vendita il convento, gli uomini del Comune si orientarono, in un primo tempo, ad acquistarlo, ma poi, meglio informati sugli orientamenti nazionali, osarono chiederne al Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti, allora ancora a Torino, la concessione gratuita. La prima risposta del Ministero fu tiepida e interlocutoria, ma la soluzione auspicata del problema non tardò troppo ad arrivare. Se infatti, nel 1865, la Cassa ecclesiastica dello Stato concesse finalmente al Comune l’uso dell’intero fabbricato ad un canone d’affitto dimezzato, solo un anno dopo glielo consegnò definitivamente in proprietà. Il Regio Decreto 7 luglio 1866, n° 3036, disponeva, infatti, all’art. 21, il passaggio definitivo “in proprietà dei Comuni degli edifici monastici già ad essi concessi in esecuzione delle precedenti leggi in materia di soppressione di ordini e corporazioni religiose”. Con decorrenza 1° gennaio 1867, dunque, il Comune, che nel frattempo vi aveva trasferito velocemente uffici e Consiglio, divenne effettivo ed unico proprietario del convento. Per una curiosa dimenticanza, non vennero compresi nella cessione gratuita del 1866 e restarono ancora per qualche tempo proprietà demaniale le “altre parti redditizie del convento”: il frantoio in comproprietà con i Malerbi, una casa d’affitto (oggi congiunta alla Casa di riposo) e l’orto (sul retro del convento e sovrastante l’attuale via IV Novembre).

Ma di lì a poco, con apposito strumento del 1868, anche queste altre “parti” di proprietà ex-agostiniana vennero cedute gratuitamente al Comune. Le pesanti mole del frantoio, un tempo strumenti indispensabili per il fabbisogno alimentare di tre mila abitanti, riposano oggi ai bordi del giardino del Cassero, solo utili per chi vuole sedersi appartato o a contemplare il tramonto sulle colline. Fatti, circostanze, usi innumerevoli e più recenti del palazzo comunale di Montecosaro sono ancora nella memoria di molti. E’ bene non dimenticarsene, come è bene non dimenticare il grande lascito degli Agostiniani. Che non fu solo quello del “palazzo dei frati”, ma di servizi religiosi tutti gratuiti e di contributi essenziali allo sviluppo di Montecosaro.

Note storiche del complesso agostiniano di Montecosaro

LA MEMORIA DI FRATE NICOLA

Immediato ed illustre figlio del nuovo Ordine degli Eremitani Scalzi è San Nicola da Tolentino (1245-1305). Asceta, predicatore e taumaturgo, frate Nicola lascerà un lungo e inconfondibile segno nella iconografia religiosa e nella memoria popolare di vari centri delle Marche ed anche a Montecosaro, dove soggiornò per circa un anno.

Erede della spiritualità dei Brettinesi, pallido e angelico in volto, camminava con gli occhi bassi, sollecito nelle opere di carità e di pietà, il capo coperto dal cappuccio, e nessuno, ricco o povero, gli rifiutava l’elemosina. Il racconto dei suoi stratagemmi per ingannare il diavolo, così come era possibile ascoltarlo da qualche anziano del paese fino a non molto tempo fa, potrebbe derivare da un’ antichissima trasmissione orale ed autoctona, piuttosto che dalla posteriore letteratura agiografica. La cappellina (tuttora esistente al primo piano del palazzo-convento), con oblò affacciato sulla chiesa di S. Agostino, conservava una piccola tela con l’immagine del santo (dispersa da un cinquantina di anni, ne resta la cornice in stucco). Sbarrata e dimenticata per decenni, la piccola cappella è tornata alla luce da poco insieme alle linee gonfie dell’altare e ad un cartiglio con una frase di San Paolo.

I CONTADINI DEGLI AGOSTINIANI

Forse interessante per un’indagine storico-sociologica può essere l’elenco di tutti i coloni degli Agostiniani di Montecosaro registrati nel 1849, alcuni dei quali antenati dei montecosaresi di oggi. Eccoli: Acquaroli Giuseppe, Barnabiti Giuseppe, Butteri Giacomo, Campolungo Giuseppe, Castignani Vincenzo (Valà), Lattanzi Carlo, Marcantoni Luigi, Marcantoni Nicola, Marcantoni Vito, Orioli Pietro, Paolucci Pietro, Paolucci Vincenzo, Pepi Andrea, Peroni Morone, Perugini Luigi (Francenella), Pirro Paolo, Pirro Vincenzo, Quattrini Giuseppe, Recchi Giuseppe, Ripari Domenico, Scarabotti Simone, Scialpini Filippo, Scoponi Giuseppe.

E inoltre Battistelli Nicola, sull’unico terreno dato in affitto. Con l’Unità d’Italia, tutti gli appezzamenti degli Eremitani vennero incamerati e poi venduti dallo Stato, e quelle famiglie contadine ebbero nuovi padroni, spesso forestieri, che pretendevano l’impegno delle braccia come quelli di prima, ma non più quello dell’anima. Dietro quel forzato esproprio di beni ecclesiastici, a Montecosaro come in tutta Italia, ci furono le ragioni economico-politiche del nuovo Stato unitario, ma anche finalità tutte ideologiche: svincolare gli “umili” da antichi legami clericali e portarli dalla parte della borghesia liberale.

A Montecosaro, d’altra parte, erano stati proprio “i contadini dell’Arcipretura e degli Agostiniani”, aizzati contro i fautori locali della Costituente Romana del 1849 e contro Garibaldi (in quei giorni a Macerata con i suoi uomini), a circondare minacciosamente il paese di un impressionante bagliore di fuochi in segno di fedeltà al papa-re e di opposizione al cambiamento, a sfilare per le strade del paese al grido di “viva Pio IX e abbasso i scomunicati”. Con grande allarme di repubblicani e liberali (v. lettera di Giuseppe Malerbi a Torello Cerquetti, in Biblioteca comunale di Macerata, ms. 946, XLI, 11).

LA SOPPRESSIONE DEL 1810

Significativo e sempre riconosciuto il ruolo religioso, sociale e culturale degli Eremitani Scalzi in paese, almeno fini agli anni del Risorgimento. Sempre forte l’attaccamento dei montecosaresi al loro convento. Valga come esempio una lettera del 5 luglio 1808 del primo sindaco di epoca napoleonica, Giuseppe Cagnaroni Corraducci, al Prefetto del Dipartimento del Musone (o di Macerata) per scongiurarne la soppressione: ” Tra le continue premure che verbalmente mi si avanza da questa popolazione per l’istanza di questo convento di S. Agostino, mi si aggiunge anche un foglio di molti sottoscritti, che qui accluso umilio a Vostra Signoria Illustrissima. Alle generali preghiere unisco le mie. Questo è l’unico convento che esiste in questa Commune, e posso certificare che è stato sempre di sollievo a questa popolazione e specialmente alla classe indigente, non che di decoro al Paese. Li Religiosi che lo componcono anno molto cooperato all’istruzione della gioventù in materie scolastiche ed al culto. La Chiesa a loro appartenente è la più spiccata e nella quale si celebrano la maggior parte delle Sacre Funzioni con decenza ed edificazione, ed è l’unica che in questa Commune esista capace di questa popolazione.

Il locale del convento è ottimo di fabbricato, felice di situazione e capace di un numero anche maggiore di quello che la legge prescrive. Considerando infine che per tutti gl’accennati rapporti sarebbe dannosa la soppressione di detto convento, rinovo la mie più fervorose suppliche per implorare in Vostra Signoria Illustrissima un valente protettore per la sua esistenza. Securo dell’innata Sua bontà, vivo in speranza che li communi voti siano esauditi nell’alto.” Il convento, che allora ospitava 11 religiosi (tra cui il montecosarese frate Agostino, al secolo Marone Perugini) venne soppresso nel 1810, nonostante l’attaccamento della popolazione e la perorazione del sindaco. I frati poterono riprenderne il possesso solo negli anni venti del secolo, con i lenti aggiustamenti seguiti al Congresso di Vienna.

LA SOPPRESSIONE DEL 1861

Definitiva la soppressione dell’intero complesso agostiniano con l’Unità d’Italia e senza alcuna contraria perorazione, questa volta, dei dirigenti comunali, figli di un Risorgimento che non sopportava più l’onnipresenza e l’autorità delle tonache nelle amministrazioni locali ed in quella centrale. Come tanti altri beni ecclesiastici, quelli degli agostiniani di Montecosaro furono requisiti con decreto del commissario per le Marche, il piemontese Valerio, immediatamente dopo l’annessione della regione al sabaudo Regno d’Italia (Ottobre 1860). Di fatto, però, i religiosi di Montecosaro restarono ancora a casa loro in attesa di qualche definitiva soluzione. Erano, nel 1861, solo sei: il priore, padre Angelico Buffarini, i padri Nicola Lauretani, Agostino Ambrogetti, Agostino Marcorelli e Giuseppe Farroni, il laico professo Nicola Moriconi. I quali avevano ottenuto di continuare a vivere nel convento”senza pregiudizio però del Governo di concederne o no la facoltà sopra loro domanda convalidata dall’Autorità Municipale e Politica del rispettivo Comune”.

Il Consiglio comunale dell’11 Aprile di quello stesso 1861, presieduto dal primo sindaco ‘italiano’ di Montecosaro ed eroe della prima guerra d’Indipendenza Carlo Malerbi, si degnò “permettere a questa Religiosa Famiglia di S Agostino di poter continuare a vivere nel Chiostro della medesima con Superiore Annuenza di presente abitato”. Ne escluse con voto di maggioranza solo un membro, il Padre Giuseppe Farroni, inviso per chissà quale motivo e probabilmente costretto ad allontanarsi da Montecosaro. Concesse agli altri cinque una stanzetta a testa con in più il refettorio, la cucina, la panetteria e la dispensa. A condizione, però, “che i Reverendi Padri abbiano a prestare servizio alla popolazione come l’anno prestato fin qui”. La presenza di quei pochi religiosi, relegata nei locali del piano terra del convento, si assottigliò sempre più, fino a scomparire del tutto nel 1874 con la morte del Padre Agostino Marcorelli.

Ultimo agostiniano di Montecosaro, il vecchio frate, originario di Mondolfo, assistito da sua sorella Caterina, era stato custode della chiesa e del convento fino all’ultimo respiro. Dopo di lui, altri custodi laici della chiesa e del palazzo. A cominciare da Riccardo Giusepponi nel 1874 per finire con Maria Loretani, che ancora molti ricorderanno ormai novantenne, pallida e vestita di nero, annaffiare i fiori davanti alle sue due stanzette “municipali” (occupate, dopo la sua morte, dai vigili urbani).

LE VICISSITUDINI DELLA CHIESA

Divenuta, nel 1861, proprietà della neonata Amministrazione del Fondo per il Culto del nuovo Stato italiano e chiusa al culto, la chiesa di S. Agostino continuava pur sempre ad essere riferimento importante di devozioni e tradizioni. Prima fra tutte quella dell’altare-santuario della Croce Santa, simbiotico e plurisecolare istituto civico-religioso (sul margine inferiore della tela dell’altare che illustra la leggenda della Croce, sono congiunti, dentro un unico scudo, gli stemmi agostiniano e municipale). La chiesa era inoltre sede della popolare ed agostiniana Confraternita della Cintura e di secolari liturgie, vi aveva posto, “in cornu epistulae”, un organo del veneziano Gaetano Callido, delle cui armonie si sentiva la nostalgia., sotto il pavimento erano sepolti gli antenati della gran parte dei montecosaresi, compresi i notabili del paese con nome di famiglia ben in vista dei fedeli. La popolazione, dunque, non finiva di premere sul sindaco perché essa tornasse ad essere quello che era sempre stata e il sindaco non finiva di chiedere all’Amministrazione del Fondo per il Culto il permesso di farla di nuovo officiare. Il Fondo per il Culto fece finalmente sapere di non avere nulla in contrario, ma alla sola condizione “che l’officiatura debba restare ad esclusivo carico del Municipio” insieme ad ogni altro peso, responsabilità o eventuale pretesa di terzi.

Il Comune, allora, procedette formalmente a “richiedere la chiesa annessa al convento dei soppressi Agostiniani di questo luogo con quanto in essa si contiene sia in arredi e suppellettili sacre sia in mobili, e tutt’altro esistente e necessario all’esercizio del culto”. Ormai certo che la chiesa sarebbe stata affidata al Comune, il sindaco Carlo Malerbi, allarmato e indispettito dalle prediche pasquali del 1864, “ostili verso il Governo e verso la pubblica rappresentanza municipale”, che – riferì minacciosamente in Consiglio – “provocano nella popolazione attriti e conflitti invece che rispetto e sottomissione alle leggi”, vi fece trasferire dalla Collegiata, dove quelle prediche risuonavano, le cerimonie religiose di stretta tradizione civica, nonché il municipale “banco ligneo” con spalliera e grande stemma scolpito di Montecosaro, cioè il lungo sedile per i “signori del Magistrato” (i dirigenti comunali) alle cerimonie religiose, tuttora nel presbiterio.

Il 5 Agosto 1868, “in forza di cessione stipulata con l’Amministrazione del Fondo per il Culto”, anche la chiesa di S. Agostino divenne, come amava dire Malerbi, “municipale”. Soluzione assai bizzarra, specie di limbo proprietario e gestionale, fonte di trascuratezze e polemiche fino ad oggi. La proprietà giuridica della chiesa resta tuttora dell’Amministrazione del Fondo per il Culto, che fa capo al Ministero degli Interni.

CIARAFFONI ? UN INDIZIO DA NON TRASCURARE

Le forme settecentesche del complesso monumentale di S. Agostino di Montecosaro presentano soluzioni e stilemi tipici delle opere dell’architetto fanese-anconetano Ciaraffoni. Così l’ampio scalone con finestroni panoramici e le lesene binate nel convento, così altro ancora nella chiesa (la sopraelevazione con volta a botte lunettata, le colonne binate, i lacunari trapezoidali, la forma e i decori della pala d’altare). Francesco Maria Ciraffoni (Fano 1720 – Ancona 1802) fu topografo, pittore ma soprattutto architetto del secondo Settecento marchigiano, affollato di costruttori di buona pratica ma spesso semi-analfabeti e senza scuola. Emigrò, da giovane, a Venezia e tornò poi nella “Marca” negli anni della presenza, in questa provincia della Chiesa, del Vanvitelli. Di questi fu presumibilmente seguace e collaboratore in maturità. Ciaraffoni aveva buona cultura, aveva la capacità di apprendere dalla migliore trattatistica del suo tempo e di misurarsi con essa, fu intensamente attivo per circa 40 anni e fino agli anni novanta del secolo. Progettò edifici prevalentemente religiosi nelle Marche centro-settentrionali, girando qua e là come una trottola per approntare progetti di ristrutturazioni, per fare perizie e ricognizioni (committenze sicure, tra gli altri Ordini religiosi, anche dagli Agostiniani di Cartoceto, Cingoli e Castelfidardo).

Sebbene si affidasse al disegno acquerellato di qualche suo valente collaboratore, Ciaraffoni fu autorità riconosciuta nelle Marche del tempo in materia di progettazione e ristrutturazione di complessi conventuali (almeno un paio, però, le sue esperienze fuori regione: l’ospedale di Città di Castello in Umbria e la chiesa dell’Annunziata a Napoli). Il suo nome è oggi noto soprattutto per il disegno del 1790-1791 del Teatro della Concordia di Jesi (poi Teatro Pergolesi), di cui accettò la sostanziale modifica dal suo maggiore collega Cosimo Morelli, massima autorità in fatto di teatri in Italia e nello Stato della Chiesa. Sorprendono le somiglianze di strutture e stilemi della chiesa di S. Agostino di Montecosaro con quelle sicuramente da lui progettate di S. Agostino a Castelfidardo (notevole un altare laterale, tipicamente agostiniano e come a Montecosaro, della Madonna della Centura) e di S. Maria Assunta a Barbara (AN). Sorprende anche la somiglianza delle soluzioni austere e maestose della ristrutturazione del convento francescano di Fano (oggi palazzo comunale di quella città) con quelle coeve, un po’ più modeste ma sempre maestose, del convento agostiniano di Montecosaro (anch’esso oggi palazzo comunale).

L’ipotesi che sia di Ciaraffoni anche il progetto di ricostruzione del complesso agostiniano di Montecosaro riposa, oltre che su forme di ascendenza vanvitelliana a lui attribuibili, anche su qualche indizio archivistico e su dati storici relativi all’intreccio di committenze ed esecuzioni nelle Marche del secondo Settecento. Leggiamo nelle carte d’archivio di Montecosaro, infatti, di una circostanza interessante del 1793, quando si temette per la stabilità del pesante lanternino di tufo voluto dall’architetto Pietro Augustoni (1741-1815) sulla cuspide appena costruita della nuova torre civica.

I priori comunali, che non si fidavano delle rassicurazioni del progettista, proposero, in sua assenza, di chiedere il parere ben più autorevole del vecchio Ciaraffoni, facendogli recapitare un quesito scritto ( “quid faciendum?”) dal capomastro Nicola Maderni, uomo di fiducia del Comune. Pietro Augustoni, “architetto camerale nella Marca” di origine comasca, aveva alle spalle qualche collaborazione, seppure con incarico distinto, con il più noto e prestigioso collega di Ancona, come nella costruzione della chiesa di San Francesco di Castefidardo. Lo conosceva bene quindi., così come sapeva, con ogni probabilità, della recente discussione sul progetto del teatro di Jesi, dove Ciaraffoni aveva tenuto dignitosamente testa a Cosimo Morelli, autorevolissimo architetto, allora, presso la corte pontificia. Sembra di capire, insomma, che Augustoni avesse più di un motivo per rifiutare una possibile correzione di Ciaraffoni al suo progetto: sarebbe stata sicuramente di gusto antiquato, ma, soprattutto, avrebbe leso la dignità professionale e l’autorità dell’ architetto pontificio nella Marca.

Di lì a poco, infatti, i priori di Montecosaro mangiarono la foglia e fecero precipitosa macchina indietro, messi in allarme da un’infuocata assemblea consiliare che nulla volle sapere di Ciaraffoni e del suo parere. Erano molto preoccupati – così si legge negli atti comunali – che l’eventuale intervento del vecchio architetto di Ancona provocasse non solo l’ira e l’orgoglio professionale di Augustoni, ma anche la rinuncia di questi a supervisionare il completamento della torre civica: sciagura da tutti ritenuta insopportabile. Finì che Pietro Augustoni riuscì finalmente a far issare il suo lanternino sulla cuspide della torre civica, seppure inviperito per la condizione umiliante, di fatto a lui imposta, di garantirlo personalmente per dieci anni al posto del capo-mastro costruttore, il civitanovese Piergiuseppe Marazzi. Il quale si limitò ad eseguire passivamente la consegna, protestando e lavandosene le mani. Quel pesante lanternino di tufo culminante con palla, croce e banderuola, sia detto per inciso, sta ancora lì al suo posto dopo oltre due secoli, sulla cuspide di una torre sicuramente più bruttina di quella di S. Agostino. Ma da questa storia ci sembra di ricavare un indizio non troppo labile: che i più anziani tra quegli amministratori comunali del 1793 poco convinti della stabilità del lanternino di tufo sulla torre civica, conoscessero personalmente Ciaraffoni per averlo frequentato e visto in azione a più riprese a Montecosaro alcuni anni prima. Un ipotesi, per ora, ma suscettibile di verifiche (si veda anche l’evidente somiglianza tra il portale e lo scalone dell’ex-convento agostiniano con quelli del palazzo Laurati, famiglia allora “priorale” di Montecosaro).

LE DECORAZIONI DEL PALAZZO COMUNALE

Sono quelle dei soffitti del primo piano, opera di due (o tre) pittori locali. Si può mettere la mano sul fuoco solo per il montecosarese Adriano Peroni, il popolare “Pizzulà”, autore, negli anni settanta dell’Ottocento (é documentato negli atti comunali), dei dipinti patriottico-muncipali sul soffitto della sala consiliare. Suoi anche il puttino che volteggia intimando il silenzio tra quattro tondi con paesaggi sul soffitto di un’altra stanza (riscontri a palazzo Laureati e a palazzo Malerbi, dove risulta che Peroni sia stato chiamato negli stessi anni). Ex-stagnino e con una grande passione per il disegno fin dall’infanzia, su Pizzulà, eccentrico buontempone, circolano ancora curiose storie di paese più e meno credibili.

Bravo ritrattista, sicuramente sono suoi, che si sappia, la pala d’altare della chiesetta di S. Lucia di Morrovalle, due tele nella cattedrale di Montevideo, un paio di ritratti del sindaco Malerbi, una piccola ed abbozzata S. Lucia per la banda municipale, qualche altra cosa ereditata dai suoi discendenti. Presumibilmente c’è altro ancora di lui in qualche chiesa del maceratese e in Sud-America, dove emigrò a più riprese. I dipinti di altre cinque stanze del municipio, opera di un bravo decoratore-quadraturista ma di un pessimo pittore che non ha sufficiente nozione del disegno anatomico, sembrerebbero precedenti: il tondo con la colomba dello Spirito Santo inquadrato da motivi fitomorfi che innalzano la pisside sormontata dalla croce mal si conciliano con una committenza comunale risorgimentale ed ostentatamente anticlericale. Sembrano piuttosto leggiadre e disinvolte iconografie di derivazione settecentesca. Che risalgano piuttosto agli anni della soppressione napoleonica? Che siano attribuibili alla mano del decoratore maceratese Speridiano Mattei? Solo un’ipotesi. Certo è solo che il Mattei (c. 1754-1828) fu attivo a Montecosaro in quegli anni e decorò il teatro condominiale (ora teatro delle Logge) nel 1809. Di Mattei, molto probabilmente, anche la decorazione di alcune delle 21 porte del Palazzo comunale trafugate nell’Ottobre 2002 e nel Gennaio 2004.

BIBLIOGRAFIA AGOSTINIANA

Siamo in un campo sterminato, plurilingue, millenario come la lunga storia degli Agostiniani. Consigliamo un primo approccio locale con il recente F. MARIANO, ed. Gli Agostiniani nelle Marche, Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata, 2003 (pregevoli saggi dello stesso curatore, di P. Bellini, S. Papetti, M. Rondina, V. Punzi, ricca bibliografia, schede di collaboratori sui singoli insediamenti conventuali talvolta frettolose e poco attendibili, compresa quello su Montecosaro alle pp. 195-196). Se si preferisce qualcosa di meno impegnativo e solo montecosarese, c’è, più facile perché divulgativo-pubblicitario, il CAM-Complesso Agostiniano Montecosaro (disponibile in Comune, chiedere all’ufficio cultura), recentissima brochure comunale (2006) curata da M. Coppari in occasione del recente restauro del palazzo comunale ed ex-convento, con bellissime fotografie di R. Postacchini ed un interessante studio di A. Montironi dell’Università di Macerata, che sposa, a margine, l’ipotesi della progettazione dell’architetto F. M. Ciaraffoni. Appassionati e studiosi ben sanno poi che nella vicina, ben fornita, attiva ed agostiniana “Biblioteca Egidiana” di Tolentino si ha la fortuna di trovare molte cose, soprattutto spulciando tra i circa 70 preziosi volumi dell’Analecta Augustiniana, stampati Roma a partire dal 1902 (da non perdere poi le pubblicazioni per il recente settimo centenario (2005) della morte di S. Nicola).

Per chi vuole navigare sul Web, consigliamo il sito ufficiale degli Agostiniani (www.agostiniani.it) e links correlati. Ricchissimo di informazioni, immagini, documenti antichi e moderni sul movimento agostiniano, sulle sue articolazioni ed attività, si presenta un altro sito: http://www.cassiciaco.it, curato dalla Associazione Storico Culturale di S. Agostino di Cassago Brianza (LC). Sorprendentemente, tra i conventi degli eremiti brettinesi sorti nella Marca prima della “Grande Unione” ed elencati piuttosto confusamente da questo sito, se ne indica uno anche a “Montecosero” (sic), fondato nel 1248 (la data è da prendere come certa o quasi, la presenza dei Brettinesi fuori dalle mura di Montecosaro e di altri centri confinanti, come Montesanto e Civitanova, è molto probabile. Ma da dove deriva l’informazione? Per caso, da qualche bolla papale del XIII secolo? Quale esattamente?).

Su S. Agostino e per la consultazione on line delle sue opere in versione italiana e latina, è d’obbligo l’ottimo sito della Nuova Biblioteca Agostiniana (NBA), fondata da uno studioso di valore, il Padre Agostino Trapé: http://www.sant-agostino.it/index2.htm. Ce n’è a sufficienza per qualche giovane volenteroso/a che voglia fare una tesi di laurea sugli Agostiniani a Montecosaro. Si faccia avanti e lavori pure con la prospettiva della pubblicazione. L’archivio storico comunale, d’altra parte, sarà di nuovo presto accessibile e riportato nella sua sede naturale: lo storico palazzo comunale, ex-convento degli Eremitani di S. Agostino, da poco restaurato. Al supposto “giovane volenteroso” suggeriamo di prendere contatto innanzitutto con due utilissimi studi piuttosto recenti: quello di R. CICCONI, Insediamenti agostiniani nelle Marche del XVII secolo, Tolentino, 1994, e quello di C. CASTIGNANI in AA. VV., Montecosaro, Percorsi di storia, Montecosaro, 1995, alle pp. 141 e ss. Un doveroso omaggio anche alla prima ed agile sintesi in materia: Gli Agostiniani e le Marche, a cura della Biblioteca Egidiana di Tolentino, 1989.

Alfredo Maulo

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