Trebbiatura

Al termine della mietitura, si passava nel campo con il biroccio e si raccoglievano i covoni che venivano portati sull’aia dove si costruiva lo varcò’, il cumulo dei covoni che forse nell’immaginario collettivo era assimilato nella forma all’arca di Noè così come era stata diffusa dall’iconografia popolare. Anticamente, però, prima dell’uso della trebbiatrice, i covoni venivano sparsi sull’aia e su di essi venivano fatti passare i buoi bendati in un continuo movimento circolare perché con gli zoccoli facessero uscire i chicchi di grano dalla spiga. Ma erano gli stessi uomini, specialmente nelle nostre zone, che facevano quel lavoro, sebbene con maggiore fatica, con dei bastoni snodati con i quali percuotevano le spighe. Per questo motivo l’operazione prendeva il nome di “battitura”.

L’attesa della trebbiatrice era uno dei momenti più carichi d’ansia di tutta l’operazione perché forte era il timore che potesse piovere o grandinare o che, ipotesi peggiore, potesse sprigionarsi un incendio sempre possibile quando si aveva a che fare con un’enorme quantità di paglia secca. Quanno lo gra’ sta ‘mmucchiato, / lo diaolo l’ha guardato, recitava un proverbio: “Quando il grano è stato riunito, il diavolo l’ha preso di mira”. Per questo sul “tetto” venivano poste le croci di canna messe a guardia del grano il giorno 3 maggio, festa della Santa Croce, rinvenute in mezzo alle spighe durante la mietitura.

L’Inchiesta napoleonica sulle tradizioni popolari del Dipartimento del Musone effettuata nel 1811, così nota: “Quando i contadini vedono che il turbine minaccia, incominciano ad acciaccar Paternostri, e quando scoppia la tempesta con urli e lacrime dalla finestra lanciano la catena dove sogliono appendere il paiolo. Gittano la catena dalla finestra lusingandosi di scatenare il diavolo il quale è cagione di tutto quel romore appunto, perché è incatenato. Spargono in aria del sale, giacché lo giudicano contrario alle stregonerie […]. Se cade della grandine ne raccolgono un acino e lo mettono in mano d’un fanciullo innocente, affinché lo distrugga e non rechi nocumento. Se il vento fa vortice cominciano a gridare ad alta voce: Sale! Sale! persuasi che il sale mette in fuga i fattucchieri dai quali credono essere prodotti quei fenomeni.”

Giungeva finalmente la macchina, sempre di colore rosso, tirata dal trattore; dietro erano trainate anche la scala per la paglia, quella per la pula; seguiva, per ultimo, il carretto degli attrezzi. Sistemate le due scale nei luoghi previsti, veniva “messa in piano” la trebbiatrice. Le tre macchine venivano poi unite al trattore tramite lunghe cinghie che trasmettevano ad esse il movimento. Gli uomini e le donne che erano, spesso in precario equilibrio, su lo varcò’, provvedevano a lanciare i covoni nella trebbiatrice tagliando prima lo varzo, cioè quel fascio di steli che costituiva la legatura di ogni covone. In piedi sulla macchina lo ‘mmoccatore spingeva i covoni all’interno della trebbiatrice allargandoli in modo da dare ad essa la possibilità di lavorare a pieno regime senza lasciare spighe non “battute”.
Così da una parte si formava il pagliaio, lo pajà’, dall’altra lo pula’, mentre alla bocchetta della trebbia si alternavano i sacchi che venivano riempiti di chicchi.

Ogni sacco, appena colmo, veniva portato sulla basculla per essere pesato. Qui si aggiustava il peso togliendo o aggiungendo grano e poi veniva chiuso e legato. Secondo i patti e le consuetudini, un sacco andava nella capanna – ed era la parte spettante al padrone – ed uno nella soffitta del contadino sulle spalle degli ’ncollatori, i più giovani e forti che in questo modo si mettevano in mostra agli occhi delle ragazze. La fatica, il caldo e la polvere richiedevano l’ingestione di molti liquidi: acqua in cui erano stati fatti macerare diversi limoni, ed anche vino tenuto in fresco in recipienti immersi nell’acqua del pozzo.

Inoltre, un simile dispendio di energie doveva essere bilanciato da numerosi pasti nella giornata, sette come voleva la tradizione. Si cominciava, in analogia con la mietitura, con la colazio’ intorno alle due o tre del mattino che consisteva in caffè d’orzo con latte, ciammellòtto, e crostata. Seguivano poi la mérènna, la mérénnetta, lo stuzzichì’, lo vocco’ che erano rapidi spuntini a base di bruschetta, o pane, tonno ed insalata, pane e pomodori tagliati, oppure pane e salame, ciabuscolo o lonza. Il tutto veniva consumato sul posto di lavoro, sedendosi dove era possibile.
A pranzo venivano offerte stracciatella o straccitti, una particolare minestra in brodo a base di uovo e di parmigiano, bollito di manzo o di gallina, verdure cotte, crema pasticciera fatta in casa.

Il pranzo costituiva anche una pausa consistente dal lavoro. Si stendeva all’ombra dell’albero più grande una striscia di stoffa bianca lunga diversi metri ed intorno a quella, a terra, si sedevano tutte l’opere, cioè gli operai. Li pajaroli, ovvero gli addetti alle macchine, avevano un posto privilegiato seduti intorno ad un tavolino all’ombra di un albero. Lo fattò, ovvero l’amministratore e li patrù, i padroni, erano invece ospitati in casa, seduti ad un tavolo in genere nella camera da letto più fresca.

La cena, quando la trebbiatura si protraeva a lungo, consisteva in un primo di maccherù, tagliatelle al ragù di carne, arrosto misto di pollo, oca, papera, maiale con contorno di insalata e verdure al forno (pomodori, zucchine, peperoni, melanzane). Si terminava con la crema e lo ciammellotto. Naturalmente il tutto era innaffiato dal vino di casa. Qualcuno osava spalmare il ciabuscolo su lo ciammellotto in un gradevole (?!) contrasto di dolce e salato in analogia con la colazione pasquale a base di crescia dolce e dello stesso ciabuscolo. Altri tagliavano a pezzettini una pesca e la immergevano nel bicchiere con il vino dando al frutto un gusto particolare.

Le pause per consumare i pasti erano anche momenti importanti per fare nuove conoscenze, per stare insieme; costituivano, nell’ambito della parentesi della trebbiatura – come era stata la mietitura – degli importanti momenti per socializzare e per uscire dal microcosmo del nucleo familiare e acquisire esperienze diverse.

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