Sesto de Castò

Si chiamava Sesto de Casto’. Come è facile prevedere, quello non era il suo vero nome, ma il soprannome attribuitogli dai suoi compaesani montecosaresi, nel rispetto di una consuetudine per cui dal benestante all’operaio, dal contadino al poveraccio, tutti avevano un soprannome. Normalmente, al nome di battesimo, debitamente ridotto o storpiato nel caso di nomi lunghi, veniva aggiunto il nome o soprannome di uno dei genitori, preceduto dalla particella de. Solo a titolo di esempio: Arnà de Pacì (Pacifico era il nome del padre), Romano de Dora (Dora era il nome della madre), Armando de Peracello (Peracello era il soprannome del padre).

Il caso di Sesto de Casto’ rappresentava però un’eccezione: la parola Casto’ non nasceva dal riferimento ai soprannomi del padre o della madre, rispettivamente Stocchi e Arbinella, ma derivava da Gastone, titolo di una canzone di Ettore Petrolini, molto in voga a quei tempi, che declamava le doti di grande amatore del suo protagonista, Gastone, che ha le donne a profusione. L’attinenza va cercata nel fatto che Sesto, senz’altro per gioco, veniva considerato un donnaiolo dai suoi compaesani, i quali per chiamarlo presero in prestito il nome Gastone, opportunamente accorciato e adattato. Del resto, tale soprannome era di sua completa soddisfazione, tant’è che quando era tenuto a fornire le sue generalità, naturalmente non in circostanze ufficiali, egli dichiarava senza alcuna difficoltà o imbarazzo di chiamarsi proprio Sesto de Casto’.

Molti conosceranno certamente la filastrocca che recita: Montecò, chí non è matto non ce lo vò. Si tratta di un modo scherzoso per caratterizzare gli abitanti di questo paese, detti matti, personaggi cioè a volte imprevedibili e bizzarri, dall’accentuata mimica e gestualità, ma sempre schietti, genuini e rispettosi del prossimo. Ebbene, Sesto impersonava perfettamente pregi e difetti dei montecosaresi e di lui può essere detto che si trattava de lo matto de Mondecò per antonomasia.

Fin da ragazzo era stato garzone dal barbiere Figaro, soprannome quest’ultimo perfettamente appropriato, data la corrispondenza con il protagonista della famosa opera lirica. Alla morte di Figaro, Sesto gli era succeduto nell’attività di barbiere. I miei ricordi di lui risalgono alla mia fanciullezza. Da bambino, mio padre mi accompagnava nella sua bottega, situata in piazza, e, per tagliarmi i capelli, Sesto mi faceva sedere su un seggiolino in metallo, di quelli che si alzano e si abbassano a seconda delle necessità. Il suo modo di parlare era concitato e ascoltarlo era per me un vero e proprio divertimento: ridevo fragorosamente e mi agitavo, calmandomi solo al sentire le storielle awincenti che lui stesso inventava. Qualche anno più tardi, ero già un ragazzo, aveva preso l’abitudine di regalarmi a Natale un calendarietto profumato con le fotografie di tante belle donnine in costume, oggetto da me molto atteso e apprezzato. Tale omaggio non veniva offerto a tutti, ma solamente a coloro che, a suo giudizio, ne erano meritevoli.

Bisogna dire che l’esercizio del suo mestiere non lo impegnava a tempo pieno, il che è comprensibile se si considera che la gran parte dei montecosaresi si attrezzava alla bell’e meglio per evitare di ricorrere al barbiere e spendere denaro prezioso. In mezzo alla parete, fra i due specchi, aveva affisso un cartello sul quale era riportato il costo delle sue prestazioni. Sebbene fosse ben visibile, esso era generalmente ignorato, i clienti cioè pagavano quello che volevano o, meglio, potevano: i contadini in natura a fine anno, alcuni offrendogli un quarto di vino e una gassosa da consumare nella vicina cantina (osteria), i più pagavano in funzione delle loro possibilità economiche. Se per caso succedeva che, al momento della riscossione, non avesse il resto da restituire al cliente, allora tagliava la banconota a metà, tratteneva una delle due parti e si riservava di ricevere l’altra metà alla prestazione successiva. Faceva anche servizio a domicilio e spesso girava per le vie del paese con in mano forbici, rasoio e pennello. Entrando nelle case dei compaesani, era sempre aggiornato sulle varie situazioni familiari e, considerato che era lui a fare la barba ai morti e a svolgere, a tempo perso e senza alcun compenso, l’attività di consegna dei telegrammi e di avviso delle telefonato in arrivo, si può dire senza ombra di dubbio che era sempre il primo a conoscere e rendere pubblici gli awenimenti belli e brutti di Montecosaro.

Va specificato che la notorietà di Sesto non nasceva primariamente dalla sua attività di barbiere. Quando non lavorava, diventava massimamente rappresentativo dei suoi matti compaesani. Egli passava il tempo comportandosi in modo per così dire eccentrico: se per esempio gli capitava di notare una bella ragazza che non era del suo paese, iniziava a declamare le sue doti ad alta voce, spesso le si prostrava ai piedi, non certo senza imbarazzo di lei, e gridava come un forsennato: Sembri una madonna… Quanto sei bella… Quanto mi piaci. Ricordo che una volta si disse innamorato della farmacista, che per qualche tempo venne a prestare servizio in paese. Con chi capitava, non esitava a parlare di lei, pronunciando a gran voce frasi inneggianti alla bellezza e ai pregi della donna.

Se è indubbio che quella di Sesto era una vera e propria vocazione per le donne, non si può non dire che egli, al di là dei comportamenti un po’ bizzarri che assumeva nei confronti del gentil sesso, non sarebbe stato mai in grado di far torto alla sua Rosetta, moglie alla quale era affezionatissimo. Ciò nonostante, tale vocazione non si affievolì neanche col passare degli anni. Quando era già abbastanza avanti con l’età, arrivava persino a impersonare il Signore in croce al cospetto della Madonna, nella fattispecie, della malcapitata signorina che intendeva ossequiare.

La stranezza di Sesto, inoltre, si manifestava anche in un’altra circostanza: alle prime ore del giorno aveva l’insolita abitudine di annunciare al paese, ancora assonnato, le condizioni del tempo. Percorreva le vie principali urlando Africa o Siberia, a seconda che il cielo si presentasse chiaro oppure grigio e nuvoloso. In caso di nebbia gridava invece Bassa Padana. La sua scomparsa, sopraggiunta nel 2001, è stata un lutto generale. Gli abitanti al completo e diverse persone dei paesi limitrofi hanno partecipato al funerale per dare l’estremo saluto a lo matto de Montecò, personaggio che per la sua assoluta unicità e particolarità rimarrà per sempre nella nostra memoria.

Dott. Prof. Gian Mario Perugini

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3 Responses to “Sesto de Castò”

  1. Caro direttore,
    questi revival (ritorni) del prof. Perugini sono una vera preziosità per il Paese. Ricordo molto bene Sesto de Cantò: piccolo grande uomo, brillante e mattacchione montecosarese.
    Grazie mille al prof. Gian Mario Perugini per questi suoi straordinari excursus.
    Tanta cordialità,
    Giuseppe Perugini

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