Un inedito crocifisso veneto a Montecosaro

Alla fine di marzo del 2019, sulla via per Civitanova dov’ero stato invitato a tenere una conferenza, ebbi modo di visitare, guidato dall’amico Carlo Castignani, alcune chiese di Montecosaro. Tra le diverse cose interessanti viste in quell’occasione, vorrei soffermarmi su quella che probabilmente rischia più di tutte di passare inosservata. Mi riferisco a un piccolo Crocifisso (circa cm 70 x 65), montato su una croce non pertinente, conservato in San Rocco, a pochi passi dallo splendido affresco di Simone De Magistris.

In epoca imprecisata si intese ‘nobilitarlo’ mascherandone goffamente la natura di oggetto ligneo per mezzo di una ridipintura che imita l’argento e in alcuni dettagli l’oro: ridipintura che, per quanto pesante e sgradevole, non ci impedisce tuttavia di valutare la qualità artistica dell’opera e di scorgervi i caratteri inconfondibili di un ben determinato gruppo di sculture.

Alludo ai numerosi crocifissi legati a quello che troneggia sulla recinzione presbiteriale della chiesa francescana di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, forse databile verso il 1470. Da questo modello è discesa un’ampia serie di derivazioni, uscite presumibilmente da una bottega veneziana specializzata e sparse in un’area – dalla Lombardia orientale alla Dalmazia, dall’Umbria all’Abruzzo, oltre che in Veneto – che non a caso coincide almeno parzialmente con quella di diffusione dei dipinti lagunari.

Per restare nelle Marche, ne sono stati individuati una decina tra Pesaro, Ascoli e San Severino (nel duomo vecchio, ma proveniente da Civitanova Alta). Tipici di queste sculture sono i volti dai grandi occhi infossati, le chiome compatte e rigonfie cinte da massicci intrecci di spine, le eleganti barbe bipartite e i baffi ritorti. Tutte caratteristiche che si ritrovano puntuali nella piccola versione montecosarese, da aggregare dunque senza incertezza a questa folta famiglia. Difficile, anche per la povertà di puntelli cronologici che affligge tutto il gruppo di crocifissi, stabilire con precisione la data del Cristo di San Rocco, che in ogni caso non può scendere oltre i primi decenni del Cinquecento, rivelandosi dunque l’opera più antica conservata nel delizioso edificio. Certo è che la sua bellezza si apprezzerà assai meglio quando si provvederà a eliminare il brutto rivestimento ‘metallico’, recuperando per quanto possibile una cromia naturalistica, che sia quella primitiva o meno: intervento al quale mi auguro si vorrà procedere al più presto.

Matteo Mazzalupi

 

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