La lettera di padre Giovanni Laureati a Papa Clemente XI Albani

Lettera del 1° marzo 1721, di padre Giovanni Laureati visitatore delle missioni di Cina e Giappone della Compagnia di Gesù a Papa Clemente XI Albani, tradotta dal latino dal prof. Alfredo Maulo. La lettera (l’originale, insieme a quello del precedente Breve piuttosto minaccioso diretta da papa Clemente XI Albani a Laureati) è nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (Pal.1115, XXIII). Venne consegnata a mano, a Canton, dal Visitatore Laureati al legato pontificio Ambrogio Mezzabarba di ritorno da Pechino e diretto verso Roma. La lettera non poté arrivare al destinatario, perché Clemente XI morì nel frattempo, il 19 di quello.

“Beatissimo Padre, ho l’ardire di accostarmi ancora una volta ai piedi della Santità Vostra per rendere conto dell’incarico che mi è stato dato e del presente stato delle missioni, di cui probabilmente avrà già sentito più eloquentemente dal Padre Nicola Giampriamo, inviato come delegato dall’Imperatore (della Cina n.d.r.) alla Santità Vostra per la via di Mosca. Dietro mia pressione sui Mandarini, a Canton, al delegato apostolico fu permesso di procedere verso Pechino senza aspettare il consenso dell’imperatore e dopo solo un innocuo interrogatorio.

Queste due cose, a Pechino, mi furono rimproverate dall’imperatore, ma solo alla Provvidenza divina si deve che, se l’interrogatorio di Pechino fosse stato prima a Canton, al Legato Vostro (il legato pontificio in Cina Ambrogio Mezzabarba), n.d.r.) a giudizio di tutti, sarebbe stato negato l’ingresso e i missionari sarebbero stati cacciati. Il Legato Vostro, trattenuto vicino a Pechino, nulla omise per far sì che fosse permesso di dare esecuzione al decreto apostolico, molto chiese, molto pianse e molto pure patì, ma non poté ottenere niente: persino le sue preghiere furono ritenute offensive e le sue lacrime ingiuria alle leggi ed all’imperatore. Se avesse insistito ancora un giorno, sarebbe stato l’ultimo della sua missione.

I Padri di Pechino hanno invitato l’abate Ripa a presentarti tutti insieme all’imperatore per pregarlo di ammettere il decreto; l’abate rispose come qualunque esperto di questa corte avrebbe risposto: che in nessun modo la cosa poteva farsi senza eccitare ancora di più l’ira dell’imperatore. Ed inoltre l’imperatore aveva ordinato che i padri non si immischiassero in nessun modo in questo affare, dovendosi la questione trattare solo tra Lui e la Santità Vostra e tra Lui e la Santità Vostra portare a termine.

Allora, mentre tutto stava andando in rovina, il Legato prese una decisione molto saggia: espose all’imperatore ciò che la Santità Vostra benignamente permette: che non poteva fare altro che rivolgersi direttamente alla Santità Vostra per riferire ciò che aveva udito dall’imperatore sul vero significato dei riti e ciò che aveva visto sull’intenzione ferma di proteggerli, e poi tornare in Cina con la risposta definitiva. Mutò allora l’aspetto delle cose e alla Santità Vostra ed al Legato furono tributati onori che ne stupirono la corte e tutto l’impero. Quanto abbiano contribuito a questo esito i Padri della Compagnia di Gesù, la modestia mi spinge a tacerlo.

In Europa potrà sembrare che questa Legazione sia stata inutile, ma a ben ponderare il risultato, essa ha avuto ottima riuscita. Ha appreso, infatti, codesto illustre presule, hanno appreso i suoi compagni di Legazione quali ricco frutto sia maturato in Cina. Da loro, e da occhi fedeli, noi speriamo che ne venga a conoscenza anche la Santità Vostra: la conoscenza sarà la stessa cosa che la salvezza della Missione.

La Legazione ha constatato che non è vero che l’imperatore non si curi dei riti dell’impero: quante cose ha detto egregiamente a favore dei riti! Con quale vigore! Con quale efficacia! Al punto che, contro ogni etichetta di naturale austerità. fu preso, mentre ne parlava, da una forte agitazione. Ha preso atto, la Legazione, che non è vero che i cristiani possano vivere in Cina senza i riti. Nove persone di sangue reale, alcune centinaia di uomini, qui a Pechino, desiderano ardentemente di ricevere il santo battesimo, ancora più numerosi quelli che attendono il sacramento della penitenza e di accostarsi alla mensa divina; ma non osano, e dicono che l’osservanza al decreto è per loro cosa impossibile. Ed ha verificato, la Legazione, che nulla in questa cosa possono fare gli uomini della Compagnia di Gesù, i quali possono marcare di autorità, ma non dei principi fondamentali.

La Legazione ha capito che l’imperatore non è ateo (calunnia vergognosamente arrivata a loro), tanto che fu sentito discutere opportunamente dell’immortalità dell’anima, della esistenza degli angeli ed anche del vero Dio; come anche fu sentito dire che lui venera con riverenza lo stesso Dio che è adorato in Europa e che da Lui ha ricevuto il trono su cui siede; infine fu sentito dire che anche il legno della Santa Croce, da lui chiesto ed ottenuto dal Legato, egli voleva venerarlo, portarselo piamente al petto, e desiderava essere edotto sugli onori che dovevano essergli tributati.

Sia lecito tuttavia dolersi rispettosamente dello stesso ottimo presule: che egli ha giovato venire a conoscenza di tutte queste cose, se poi si è rifiutato di portare la medicina di cui c’era urgentissimo bisogno? Ha promesso di andare a Roma, di riferire fedelmente ciò che ha visto e sentito, ma intanto Sagunto viene espugnata. Resta nel frattempo, ancora più aspramente rinnovato dall’imperatore, il divieto di esercizio della funzione apostolica, restano gli ostacoli da parte dei Mandarini, l’odio dei gentilii, i dubbi tra i missionari, la riluttanza tra i cristiani: molti di questi indietreggiano, in pochi si avvicinano, la missione langue, e se non muore, viene lasciata all’abbraccio della morte.

Esita il pio presule dicendo di avere le mani legate, vorrebbe togliere ogni impaccio alla missione se capisse che è in suo potere farlo. Pertanto, Beatissimo Padre, solo dalla Santità Vostra si può sperare la salvezza, invano la si chiede ad altri e non invece a chi tiene le veci del Salvatore. Il Legato Vostro chiedeva all’imperatore di voler compatire i missionari. E perché – gli rispose quello – non dovrei compatire i miei cinesi? Fece piangere lacrime a molti questa risposta, ma quelle lacrime sono infeconde e sterili. Dalla Santità Vostra si ottengano finalmente lacrime di compassione, simili a quelle di Cristo Signore, che al sepolcro di Lazzaro furono feconde di vita e di santità.

In Cina, alcuni, tra cui Teodorico Pedrini, nocquero a sé stessi quando vollero nuocere alla Compagnia di Gesù. Molto di più si è fatto in Europa contro di essa. La sostenga ovunque la Santità Vostra, di grazia, perché è assolutamente certo che non si trovano altrove uomini che la superino nell’ossequio e nell’obbedienza alla S. Sede. In Cina, se non abbiamo dato di più è a motivo della dura necessità, in nessun modo per difetto d’obbedienza. E non ci siamo adoperati meno di quelli che, screditandoci con la penna, si predicano osservantissimi.

Quello che io ho fatto, ancor prima di ricevere il Breve, quello che ho patito dopo, altri forse lo scriveranno, a me basta la gioia di essere ritenuto degno di sopportare le ingiurie dei gentili nell’interesse della S. Sede. Bacio genuflesso i santi piedi e chiedo, supplice, l’Apostolica Benedizione.

Pechino, 1° marzo 1721.
Della Santità Vostra, Beatissimo Padre, il più umile dei servi, Giovanni Laureati S.J. Visitatore.”

LEGGI QUI una breve biografia di padre Giovanni Laureati

LEGGI QUI la lettera del genio universale G. W. Leibniz a padre Giovanni Laureati

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