Racconti montecosaresi: me sa tando che llo poro vabbo c’aìa rajò!

Per fare li chiocci (gli zoccoli) si usava il legno del pioppo. Mi padre ci sagomava gli zoccoli, poi con la latta dei barattoli ci faceva le fascette larghe un dito e con le bollette ci fermava la pelle, intorno intorno. Quelle erano le nostre scarpe.. si, le scarpe!…

Quelle buone di pelle, che mettevo la domenica per andare a messa, erano quelle di mio fratello a cui era cresciuto il piede; dopo di me, le metteva mio fratello di due anni più giovane. Quando le suole si bucavano, facevamo venire il calzolaio che, con lo spago e la pece, metteva una toppa.

Per pagarlo?… Coi soldi?… E chi ce li aveva?!… Gli davamo un paio di uova, il vino e un po’ di grano. Così facevamo anche col veterinario.

E gli zoccoli per andare a scuola? Quelli a stivaletto con le stringhe…povero babbo!… Era lui che li realizzava per noi bambini e non capiva perché quello là che sta a comandare, come si chiama?…Mussolini, voleva che i bambini andassero tutti a scuola. Invece babbo ci diceva che, sebbene lui non fosse andato a scuola, sapeva lo stesso che, al grano, per farlo crescere era necessario fare questo e quello; il vino buono, si faceva in questo e in quel modo, come gli aveva insegnato il povero nonno.

Mi diceva: “A te che sei andato a scuola, per caso il grano ti cresce meglio? Siete capaci adesso di fare il vino come si faceva un tempo? La scuola è per i padroni, no per noi che siamo contadini!

Ora, mio figlio che ha studiano, fa il ragioniere al Comune. Anche la moglie lavora. Non hanno tempo di fare niente; noi che siamo contadini diamo loro un po’ di insalata, un paio di buoni polli, le uova per i bambini. Altrimenti lei fa la spesa al supermercato, puoi capire!!

Ora che siamo vecchi ci spassiamo con l’orto, accudiamo polli, conigli, papere. Roba buona, roba di casa. La terra? Eccola… mio figlio non la conosce, non la sa lavorare! E queste belle piante di ulivo, chi le custodisce? Quando non ci saremo più noi, finirà ogni cosa: la terra, la casa, tutto andrà a puttane.

Prima c’era la miseria. I soldi? E chi li vedeva! Ma i figli imparavano dai padri che con la terra tutti potevano mangiare. Quel poco che si guadagnava andava bene lo stesso. Adesso i soldi non bastano mai e non si è neanche soddisfatti… me sa tando che llo poro vabbo c’aìa rajò!

Racconto, tradotto dal dialetto all’italiano, tratto dal libro “Viva la Jiende” di Emilia Corelli Cucchi (2000) – Centro del Collezionismo

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