Li carrettì, li scrocchi, la vasca de lo Cassero e le sberle de mamma

Da bambini, con babbo, abbiamo costruito un carrettino con le ruote e le guide. Ci si caricavano venti chili di grano giusti giusti, poi, io e mio fratello, li portavamo al Mulino. Giù per la discesa della Croce e dove c’era il piano, il carrettino si tirava con le guide. Questo ci comandava nostra madre. Ugo la guardia ce lo sapeva e non ci diceva niente.

Noi però prendevamo il carrettino anche per giocare e lo facevamo generalmente giù per la discesa del Crocifisso. La strada era bianca e il più delle volte il carretto si capovolgeva con noi dentro; i pantaloni inevitabilmente si laceravano tutti e le gambe erano piene di escoriazioni. Se Ugo la guardia se ne accorgeva, ci urlava e ci correva dietro, per farci andar via, con il mantello aperto, tanto da sembrare un uccellaccio nero. E se per caso ce la faceva a prenderci, ci dava un sacco di bastonate.

Un tempo le contravvenzioni non le facevano: Ugo la guardia andava da mamma, gli riferiva ciò che avevamo combinato e così prendevamo le botte anche da lei.

A quei tempi ci si divertiva con poco, il gioco te lo inventavi tu. Mi ricordo, come se fosse ora, che la vasca del Cassero, d’inverno, quando faceva molto freddo, si ricopriva di uno strato di ghiaccio di quasi dieci centimetri. Noi col martello rompevamo il ghiaccio, prendevamo le lastre con le mani e correndo lo portavamo per le mura dove batteva il sole. Tutti i giorni si  andava a vedere se la lastra c’era ancora. Così anche per otto giorni di seguito e quello per noi era divertirsi.

Prima non era come adesso: i morti si mettevano tutti sotto terra, non in aria nei loculi. Nel mese dei morti prendevamo una canna ciascuno, ci mettevamo la cera dei lumini che trovavamo sulle tombe, le accendevamo con i fiammiferi e ci inginocchiavamo sulla tomba di nonno e nonna fino a quando il fuoco non consumava tutta la cera. Il becchino non voleva, di conseguenza uno di noi doveva sempre fare la guardia e quando arrivava, spegnevamo la canna e fuggivamo via a nasconderci. Lui ci urlava dietro minacciando di chiuderci dentro il cimitero. E noi a correre ancora più in fretta perché era tanta la paura di restare chiusi dentro, proprio mentre stava facendo notte!

Però per noi il gioco più bello era quando si andava a prendere “lo cretò” per fare “li scrocchi”; prima le strade erano tutte di terra e quando pioveva si riempivano di fango. Si prendeva una bella palla di fango, si batteva ben benino sopra un mattone o una pietra, poi si allargava con le mani, quindi si chiudeva con l’aria dentro, come una palla e si sbatteva forte per terra: più grande era lo scrocco con i relativi schizzi di fango e più eravamo sporchi e contenti, anche se sempre impauriti dalle conseguenti urla di mamma.

Si giocava anche a bocce, ma con sassi o mattoni, perché di meglio non c’era. Giocavamo fra noi, da un vicinato all’altro, tra amici.

Ecco fatto, ci si divertiva così, con poco. La miseria era tanta, ma chi aveva tempo di pensarci?

C’era anche tanta ignoranza, però era bello lo stesso.

Racconto, tradotto dal dialetto all’italiano, tratto dal libro “Viva la Jiende” di Emilia Corelli Cucchi (2000) – Centro del Collezionismo

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