Per sbaglio a Montecò

Sono passati decenni da quando il caso mi condusse nelle Marche e scelsi questi luoghi come terra d’elezione. Tale scelta mi dà la sensazione di far parte della schiera dei migratori, poiché trascorro l’inverno a Roma, città dove dono nata e cresciuta, e le altre stagioni nel “mio paradiso privato”, come sono solita definire la mia casa situata nel territorio di Montecosaro.

Sono profondamente legata a questo vecchio casale costruito con terra, sassi e mattoni, in cui probabilmente vissero generazioni di persone semplici, partecipi degli eventi connessi all’avvicendarsi delle stagioni, gente serena come l’atmosfera che vi percepisco. Questo casale color sabbia, perfettamente inserito tra le verdi colline, espone la sua facciata al vento che viene dal mare; mare che, per me di origine tirrena, offre l’insolito e suggestivo spettacolo del sorgere della luna, popolandosi notte tempo di una miriade di luci palpitanti: i “barchetti” dei pescatori. Questa dimora agreste mi dona il privilegio di vivere in stretto contatto con i fenomeni naturali.

Ecco, mi trovo nella parte posteriore del casale, è una sera calma, tersa, il silenzio mi avvolge, il sottile getto d’acqua che dalla bocca della medusa si riversa nella fontana lo rompe lievemente; ogni tanto un ranocchio lancia il suo solitario richiamo, i pini emanano un acuto odore di resina che è frammisto a quello della terra umida, le gobbe delle colline si susseguono fino a sparire nella notte.

Montecosaro si adagia lungo un crinale con i due campanili che svettano tra le stelle. Le luci di Potenza Picena sono chiare, brillanti, sembra di toccarle, quelle di Montelupone tremano addolcite dai vapori della terra, quelle di Recanati s’intravedono appena sfumate dalla lontananza, il monte Conero si staglia all’orizzonte con la sua sagoma massiccia e nera, vibrano le luci dei paesini alle sue pendici. Ogni tanto una leggera brezza fa cantare le foglie degli alberi, un usignolo gorgheggia dal bosco mentre un cane lontano inserisce il suo latrato tra questi brani di concerto notturno. Alzo gli occhi al cielo nero, l’orsa maggiore sembra molto vicina, seguo con lo sguardo una luce che si perde all’orizzonte percorrendo una sua traiettoria. Sarà un satellite? Un’altissimo aereo? O forse un U.F.O.? E la fantasia corre sul filo dei ricordi; mi domando perché sono qui, quale mano misteriosa ha guidato i miei passi tra queste colline, tra questa gente che sento così vicina al mio modo d’essere. Se accettassi senza dubbi l’idea della reincarnazione penserei ad un ritorno a casa, tanto mi sento ben inserita in questi luoghi.

Con la memoria rivedo quel lontano giorno in cui un errore di stampa mi condusse a Montecosaro. Erano circa le undici del mattino di un’afosa giornata d’agosto. Con mio marito venivamo da Ancona ed eravamo alla ricerca di un luogo ove pranzare e riposarci. Porto Civitanova, anonima cittadina di pescatori costeggiata dalla ferrovia e dalla statale Adriatica, ci parve troppo rumorosa per noi che eravamo alla ricerca di una località più caratteristica e tranquilla.

Mio marito Franco decise, quindi, di consultare la carta del Touring e fu attratto dal nome di un paese posto sulle colline a qualche chilometro dal mare: MONTECORSARO. Questo nome accese la nostra fantasia; pensammo che, forse, nell’antichità tale borgo fosse stato rifugio di pirati e decidemmo, pertanto, di andarlo a vedere. Ci inerpicammo lungo una strada di terra battuta: dopo aver superato Civitanova Alta e percorso ancora qualche chilometro, arrivammo sulla piazza di quel paese che scoprimmo chiamarsi, invece, Montecosaro.

Di piratesco, infatti, non c’era nemmeno l’ombra, in compenso una deliziosa arietta fresca ci ridiede la vita. Ricorderò per sempre il fascino immediato che produsse su di me questo luogo architettonicamente così caratteristico nel suo color sabbia con gli edifici ben conservati. Entrammo nell’unico bar della piazza per chiedere dove poter mangiare e passare la notte.

Approdammo nella cantina della Gnuccatora giusto in tempo per gustare le sue famose tagliatelle e riposare tra le lenzuola tessute a mano e profumate di lavanda. La Gnuccatora, ovvero Maria Iosi, si accolse cordialmente a causa di un ulteriore equivoco: la nostra macchina, infatti, era targata FR (Frosinone); lei credette che fossimo di Ferrara e fu una fortuna perché i romani, come ci disse poi, non erano graditi! Avevamo intenzione di sostare per un giorno, vi rimanemmo, invece, per tutto il periodo delle nostre ferie. Conoscemmo Gigetta, la figlia della Gnuccatora e Peppe suo marito. La simpatia fu immediata e divenimmo amici.

Ero alla scoperta di un mondo sconosciuto, ovvero la vita di un piccolo paese di provincia in cui tutti si conoscono, dove si sa tutto di tutti, come in una grande famiglia, con i pro e i contro che ciò comporta. In quei giorni gradivo soffermarmi nella cantina dove gli anziani, seduti ai tavoli con quartino e gassosa, si raccontavano la loro gioventù. Ricordo Gigetto de Carò che procedeva a fatica sulle gambe stanche vantandosi di conoscere, lui solo, il segreto per cucinare alla perfezione il coniglio in porchetta. C’era il sarto Luigi Moroncini al quale mi rivolgevo chiamandolo “signor Tarà”, credendo che quello fosse il suo cognome. Ricordo Ugo Bassi, il falegname, quando si infervorava nel raccontarmi, con dovizia di particolari, un certo procedimento di impiallacciatura del legno da lui ideato con la raccomandazione di non divulgare il segreto. Ricordo Meo, custode del giardino del Cassero, che era solito esclamare: “Mannaggia alla cavalla cioppa!…” quando si inquietava con i monelli del paese che nei loro giochi devastavano le aiuole. E poi Sesto il barbiere, il quale un giorno, incontrandomi in piazza, mi si inginocchiò davanti a mani giunte ed esclamò: “Se si vella! Pari la Madonna!”; io sarei sprofondata sotto terra per l’imbarazzo.

Mi tornano in mente tanti altri volti a cui non so dare un nome, volti di persone alle quali sono grata per avermi insegnato, con la loro semplicità, ad apprezzare l’essenza di ogni individuo che incontriamo lungo il cammino della vita.

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Tratto dal libro “Viva la Jiende” di Emilia Corelli Cucchi (2000) – Centro del Collezionismo

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