Ed iniziai a destreggiarmi con il dialetto montecosarese

L’anno seguente il nostro incontro, per sbaglio, con Montecosaro (LEGGI IL RACCONTO), ritornammo per le ferie a casa della Gnuccatora, questa volta insieme a mia figlia Beatrice che era nata nel frattempo. Presto con mio marito decidemmo di cercare una casa in quella che ormai avevo eletto come mia terra d’adozione. Grazie all’amicizia con Mario Biancucci trovammo, fuori dal paese, un casale con intorno qualche ettaro di terra.

Ormai mi sentivo a tutti gli effetti una cittadina di Montecosaro ed incominciai a destreggiarmi nel dialetto, naturalmente con gli inevitabili equivoci del caso. Ad esempio imparando le prime due parole – pannella e sparrò – mi ci volle un po’ di tempo per associare il canovaccio allo sparrone che, per me invece, era solo un potente sparo. Oppure quella volta in cui la Gnuccatora mi chiese se gradivo mangiare le “cucciòle” (lumache); rimasi sorpresa, perplessa e soprattutto disgustata perché sospettavo che fossero le femmine dei cuccioli di cane! Invece furono perplessi i miei amici marchigiani quando decantai loro quanto fosse buona la polenta con il sugo di spuntature che, per noi romani, sono le costolette di maiale e non certo gli intestini!

Mi ci volle un bel po’ di tempo per risolvere il mistero del fratello-cugino (cugino di 1° grado); mi domandavo: “Ma se Tizio è fratello di Caio, come fa ad esserne anche cugino?“. C’era poi il mistero delle Tope (talpe) che fanno le gallerie sotto terra mandando all’aria le radici delle piante; mi chiedevo: “Ma perché le tope si comportano così ed i maschi, cioè i topi, no?“. Quando chiesi spiegazioni a Peppe Polidori del perché solo le femmine dei topi avessero queste abitudini, egli fu categorico dicendomi: “Le tope sono le tope ed i topi, come dici tu, sono un’altra cosa”.

Lo stesso Peppe, mi sorprese ancora una volta quando, in settembre, dopo un’abbondante pioggia, venne al casale e, parlando del più e del meno mi disse: “Lo tempo s’è cambiato, è freddo, me so messo le carze larghe“. Il mio primo pensiero fu, sbirciandogli le gambe sotto i pantaloni: “Ma che si mette le calze da donna?“. E per capire cosa dicesse realmente replicai: “Beh, non fa poi tanto freddo da metterti le calze e i pantaloni lunghi“. Lui serio mi rispose: “No no, me so messo le carze longhe, li carzitti no“. Così capii che “carze e carzitti” sono rispettivamente pantaloni e calzini.

Da quando avevo comprato il casale, era per me un punto d’onore fungere da aiutante manovale della persona che veniva a lavorare da noi; ero sempre pronta a reperire e porgere gli arnesi che occorrevano e quant’altro. Un giorno Mario Biancucci venne a fare una riparazione alla fontana del giardino. Prima di entrare nella vasca, che era piuttosto profonda, si tolse le scarpe; io seguii il suo lavoro seduta sul bordo. Ad un certo punto disse: “Me dai li chiocchi Signò?“. Partii di corsa verso la legnaia, presi tre bei pezzi di legno e tornai da Mario chiedendogli: “Vanno bene questi? Ne vuoi altri?“. Non dimenticherò facilmente la sua espressione che era quella di chi si sente preso in giro. “Che ce faccio cò quissi?“. Io risposi: “Ma non hai chiesto dei ciocchi? Eccoli qui!“. “Li ciocchi adè quisti” replicò mostrando i suoi zoccoli a me che ritenevo i “ciocchi” solo e soltanto pezzi di legno da ardere.

A giugno, quando venni per la prima volta a mietere il grano sul mio terreno, il padrone della mietitrebbia, un uomo detto Ravì, salutandomi mi disse: “Signò, domà matina se vatte!“. La mia immediata reazione fu di sorpresa e di indignazione perché da noi “a vatte” ovvero “a battere“, ha un preciso e diverso significato… altro che mietere!! Poi il viso serio ed innocente di Ravì mi fece comprendere che avevo mal interpretato.

Un inverno andai a trovare Gigetta, figlia della Gnuccatora. A quell’epoca ancora non c’erano i riscaldamenti in casa. Al momento di andare a dormire, aprendo la porta della camera a me assegnata vidi, nella semi oscurità, il letto rigonfio come se fosse già occupato. Chiusi cautamente la porta e corsi da Gigetta dicendole che c’era qualcuno nel mio letto. Ella, con l’aria più serafica del mondo, mi rispose: “Si, c’è lo prete“. “Come il prete?” feci io. “Si, lo prete co’ la monaca” insistette lei. Rimasi letteralmente sconvolta nel sapere che nella mia stanza e nel mio letto ci fossero un prete ed una monaca. Ma dove ero capitata? Eppure sembravano persone così serie! Gigetta, che aveva capito l’equivoco, dopo alcuni minuti di convulse risate, che mi lasciarono letteralmente stupefatta, mi spiegò che il prete è il telaio che serve a tenere sollevate le coperte e la monaca un recipiente di terracotta in cui si mette la brave per riscaldare il letto. Allora non mi rimase che unirmi alle sue risate…

Sono ormai passati tanti anni da queste mie esperienze dialettali marchigiane. Vorrei con tutto il cuore ringraziare la gente di Montecosaro che mi accolse, con amicizia e cordialità tali, da legarmi indissolubilmente a questa terra bella e ospitale.

Tratto dal libro “Viva la Jiende” di Emilia Corelli Cucchi (2000) – Centro del Collezionismo

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