Montecosaro nel dopoguerra: banca, posta e aneddoti sulle chiese

In paese esisteva una sola banca, la “Cassa Rurale ed Artigiana di Montecosaro“, che nasceva dalla “Cassa Operaia di Depositi e Prestiti di Montecosaro“, fondata nel 1898. Nel 1940 la Cassa Operaia, in applicazione delle norme del testo unico, si costituì in società cooperativa in nome collettivo e il suo oggetto principale era l’esercizio di credito a favore dell’agricoltura e degli artigiani. La Cassa Rurale de Artigiana, allora a conduzione quasi familiare, era situata inizialmente vicino l’Arco, in alcune stanze di proprietà del maestro Marinozzi che ne fu anche il cassiere.

Venne poi trasferita allo Spiazzetto dietro la Chiesa della Collegiata, nei locali di Giuseppe Giuggioloni, unico impiegato che era aiutato talvolta dalla figlia Clara. La banca che svolgeva anche il servizio di tesoreria per il Comune: il compenso mensile era stato determinato in Lire 11.000 per l’anno 1947 ed in Lire 13.200 per l’anno 1948. Questa piccola banca ha avuto, nel febbraio 1953, la grande “soddisfazione” di ricevere l’ispezione di Carlo Azeglio Ciampi, allora dirigente della Sezione Provinciale di Macerata della Banca d’Italia e futuro Governatore della stessa, per poi arrivare all’altissima carica di Presidente della Repubblica.

Era addetta all’ufficio postale Marì de Nanni, seguita poi da Pina de Ines, mentre la postina era Gemma che lascerà il posto al figlio Memè.

L’unico telefono pubblico della società Timo era ubicato in piazza. Per accedervi si entrava dalla porta del teatro e, in cima alle scale, si trovava il centralino a cui erano convogliate tutte le telefonate in entrata; era costituito da un apparecchio telefonico, naturalmente a manovella, e da un pannello rettangolare con molte finestrelle: quando squillava la suoneria una delle finestrelle, per effetto di un contatto elettrico, si apriva facendo comparire il numero corrispondente al luogo di provenienza della telefonata. La centralinista fu prima Giovannina e poi Cesira, la quale si faceva aiutare dalla sorella Anna. Quest’ultima aveva il compito di avvertire il destinatario dell’arrivo di una telefonata dicendo “vi è un espresso” oppure “vi è un espresso per le ore…“, a seconda che la richiesta fosse con risposta immediata o ad orario fisso.

Le chiese erano quelle della Collegiata, di Sant’Agostino, delle Anime, di San Rocco, del Crocifisso e dell’Annunziata.

La Collegiata era in ristrutturazione in quanto doveva essere restaurata tuttala parte interna. Incaricato al restauro era il noto pittore Vincenzo Monti di Pollenza, il quale utilizzava come modelli persone del paese. I Santi e gli altri personaggi rappresentati assumevano pertanto le sembianze delle persone locali: San Taddeo aveva le sembianze di Celletto, i due tribuni dell’imperatore Valeriano quelle dei fratelli Nicola e Fulvio Petrelli e le due ancelle poste accanto a San Lorenzo quelle di Gigetta Iosi e di Ottavina Petrelli.

La chiesa di Sant’Agostino era la più antica del centro storico ed appariva ancor più austera. In estate il suo sagrato era molto frequentato in quanto si trattava di un luogo assai ventilato ed in tanti vi sostavano per trovare ristoro. Lisà de Savino, ex-sindaco di Pontassieve e di origine montecosarese, veniva a fare “l’estatura” a Montecosaro ed era solito dire del sagrato con accento toscano: “quanta gente fa queste scale per risanarsi l’anima, invece io le faccio per risanarmi il corpo. Se potessi insaccare quest’aria  me la porterei via!

A ricoprire la veste di sagrestano era Vincè de Vasì, persona semplice e bonaria. Si racconta che una volta, passando per Milano, si mise a chiedere alle persone che incontrava: “sapete dove sta di casa lo Paisà?“. Paisà era l’appellativo di Alfredo Marchetti, personaggio nativo di Montecosaro ma trasferitosi a Milano. Sarebbe stato tutto normale se tale domanda fosse stata fatta a Montecosaro, ma a… Milano?!

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 


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Giuseppe Giuggioloni
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