A Brescello Don Camillo e Peppone, a Montecosaro Don Nazzarè e lo Momò

Gli avversari di mio padre, Mario Perugini (capolista dello schieramento di sinistra), nella nomina a sindaco furono l’Ing. Mario Tallei nelle elezioni amministrative del 1946 e il Dott. Luigi Pepi in quelle del 1951, entrambi capolista dello schieramento di centro.

Le competizioni elettorali, a quel tempo, erano aspre e accanite, la politica era molto sentita e coinvolgeva tutto il paese, che risultava praticamente diviso in due, tanto che in sede di elezione vinceva l’una o l’altra parte per una manciata di voti. Basti pensare che mio padre e il Dott. Pepi si succedettero nella carica di sindaco per più di sedici anni.

La piazza si prestava benissimo per i comizi e gli oratori prendevano posto sull’ampio Logghiato situato al lato della Chiesa di Sant’Agostino. I temi trattati erano quelli della dittatura e della democrazia, del comunismo e del capitalismo, del fascismo e dell’antifascismo; venivano anche discussi problemi di carattere amministrativo locale e, a questo proposito, gli argomenti certamente non mancavano. Lo stato generale di desolazione offriva la possibilità di fare programmi in qualsiasi campo. Quando parlavano i candidati a sindaco la piazza era gremita: tutti accorrevano con l’aspettativa che i discorsi sarebbero stati schietti e pungenti. Dall’intensità degli applausi si poteva anche intuire che avrebbe prevalso.

In favore dello schieramento di centro la Parrocchia era molto attiva e non si sottraeva da interventi propagandistici. Don Sante, l’arciprete, nel corso della messa delle undici, immancabilmente predicava i mali del comunismo e ammoniva severamente a non leggere “L’Unità e a non votare per la sinistra, minacciando anche la scomunica. C’era poi Don Nazzarè, il quale partecipava in modo più dinamico e lampante alla lotta politica. Ricordo che un manifesto predisposto dalla parrocchia per la festa dell’Addolorata si chiudeva con le parole “…indi falò“, per annunciare che al termine della festa sarebbero state messe al rogo le stampe e i giornali di sinistra. La parrocchia di Montecosaro non era comunque più democristiana di altre parrocchie: la politica fatta dall’altare non era certo caratteristica locale, ma generale e praticata nell’intero paese.

Inoltre è doveroso sottolineare che la Parrocchia di Montecosaro non nutriva simpatie per il fascismo. Don Sante venne addirittura arrestato proprio dai fascisti e trasferito nelle carceri di Ancona perché sorpreso nell’oratorio ad ascoltare insieme ad altri “Radio Londra”, cosa assolutamente proibita. Infine non si possono ignorare le numerose azioni caritatevoli attivate dalla Parrocchia in favore dei più bisognosi e dei più poveri: tra queste  va certamente menzionata l’iniziativa di accollarsi metà del costo del biglietto che gli operai dovevano sostenere per recarsi al lavoro a Portocivitanova.

Con lo schieramento di sinistra c’era Fernando Lo Momò. A quei tempi era un ragazzo che stava imparando il mestiere di fabbro nell’officina di Angiolì de Pizzà. Era succeduto al padre Pio de Lillo e ad Attilio Peroni, nel manovrare il campanone nelle giornate festive. Riusciva a farlo suonare a distesa con il proprio corpo che ondeggiava insieme al campanone, sostenendosi unicamente ad una maniglia di ferro. In quei momenti tutti guardavano in alto e rimanevano stupefatti, quasi spaventati, tanto la torre oscillava.

Nella contesa politica il suo avversario era naturalmente Don Nazzarè, alle cui prediche demonizzanti il comunismo rispondeva con “La Raspa”, un giornale murale affisso in piazza al lato della porta di ingresso del teatro. Fra i due si venne a creare un antagonismo molto forte, a rispecchiare in tono minore e in modo inconsapevole ciò che avveniva più o meno nello stesso periodo a Brescello, così come Guareschi andò poi a raccontare.

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 


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