Montecosaro nel dopoguerra: agricoltura e mezzadria

Montecosaro era primariamente un paese agricolo. Le quattro contrade (Asola, Cavallino, Castellano, Piane Chienti) erano disseminate di case coloniche. Ogni famiglia aveva il suo appezzamento di terreno da coltivare e spesso si trattava di pochi ettari, in quanto la proprietà era molto frazionata. La coltivazione avveniva a rotazione, alternando il grano con il foraggio e il mais. Nelle campagne del Chienti, grazie alla disponibilità di acqua per l’irrigazione dei campi, era prevalente la coltura del mais. Quest’ultimo, con la costruzione dello zuccherificio, venne man mano sostituito con la barbabietola. Unitamente alla coltivazione dei campi, veniva praticato l’allevamento degli animali impiegati per il lavoro, destinati alla vendita o al consumo. Ricordo i magnifici birocci tutti decorati con immagini ispirate alla vita campestre.

A quel tempo non esistevano trattori, per cui il lavoro veniva eseguito solamente con l’aiuto dei buoi che, durante l’aratura e la preparazione del terreno per le varie semine, erano utilizzati per trainare lo pertecarò, la pertecara, l’erpice, la streppatrice ed il rullo. Per il resto dovevano pensarci le braccia, il sudore, la fatica del contadino.  Il lavoro era duro e difficile e coinvolgeva l’intera famiglia. Per una specie di vincolo generazionale, i figli dei contadini erano destinati a rimanere contadini.

I vitelli venivano portati al mercato e venduti. Montecosaro disponeva di un mattatoio efficiente, situato nelle cantine del palazzo municipale, dove Nicò aveva il compito di assestare il “colpo di grazia” all’animale. Venivano allevati anche i maiali e gli animale da cortile, come i polli, le papere, i tacchini, i conigli.

La condizione a mezzadria primeggiava. E’ opportuno dire che il rapporto che la mezzadria istituiva fra padrone proprietario e contadino coltivatore non era certo paritario, specie sotto l’aspetto umano e sociale. Esso rendeva praticamente il contadino sottomesso e, in un certo senso, servile rispetto al padrone, che era quello che comandava e dettava gli ordini. Il mezzadro non poteva, per esempio, iniziare la raccolta dei prodotti o vendere un animale senza il consenso prioritario del padrone. A quest’ultimo, inoltre, erano dovute regalie (polli, frutta, ortaggi) e prestazioni gratuite (nel fare la cantina e la salata), senza contare che il contadino poteva ricevere in qualsiasi momento e per motivi banali la disdetta del contratto. Col passare degli anni la ripartizione al 50% delle entrate si sarebbe mostrata in tutta la sua inadeguatezza, tanto che nel 1952 la legge stabilì che al contadino spettasse il 53%, percentuale che salì al 58% nel 1964. La stessa legge del 1964 decretò anche il divieto di stipula di nuovi contratti, segnando praticamente la fine della mezzadria.

Le condizioni di vita dei mezzadri erano pessime. Le case, vecchie e malandate, di cui i padroni proprietari spesso non ci curavano affatto, erano prive di qualsiasi comfort: l’acqua, non sempre potabile, si prendeva dal pozzo esterno ed i bisogni corporali venivano fatti all’aperto in una buca scavata nella terra. Le mosche e le zanzare proliferavano: a nulla o quasi servivano quelle strisce di carta gialla e collosa appese al soffitto con la funzione di attirare ed uccidere tali insetti. Per combattere il pidocchio, allora molto diffuso, le teste dei bambini venivano rapate a zero. I mezzadri tiravano avanti in una dignitosa miseria costituita da piedi scalzi, da toppe ai pantaloni, da pomodori conditi con solo sale e da “cime de rape” cotte. Il terreno rendeva poco: non esistevano infatti i concimi chimici e l’unico fertilizzante disponibile era il letame dei buoi.

Per la rilevazione contabile del rapporto mezzadrile veniva compilate un “conto corrente colonico” dove erano indicate tutte le operazioni effettuate nell’anno con la ripartizione delle entrate e delle uscite a debito e a credito del mezzadro. A stilare il conto colonico e a provvedere alla sua chiusura annuale erano generalmente incaricati Ildebrando Quattrini (Ivo) e Gaetano Pallotta, entrambi periti agrari assai competenti del settore. Essi intervenivano anche a predisporre i necessari conteggi in caso di divisioni, successioni o conclusioni di contratto. La proprietà dei terreni in mezzadria faceva capo quasi esclusivamente alle famiglie storiche del paese, quali Cagnaroni, Pepi, Laureati e Pavoni. Diversi terreno appartenevano all’IPAB di Camerino, all’ECA e alla Parrocchia di Montecosaro.

Pur essendo la mezzadria prevalente, esistevano anche diversi coltivatori diretti (Moretti, Morresi, Bartolucci ‘Legafascio’, Scocco, Mandolesi, Zallocco, Martinelli ‘Martì’, Quattrini, Pepi ‘Fiatò’ ecc.), quei contadini cioè che erano anche proprietari del terreno e potevano usufruire di condizioni di vita senz’altro migliori.

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 

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