Le attività nel dopoguerra a Montecosaro: bollettai, calzolai, falegnami e fabbri

Le attività economiche in paese erano prevalentemente di carattere artigianale. Della vecchia fabbrica delle “bollette”, che aveva raggiunto il periodo di massima attività prima e anche durante la guerra, erano rimasti solamente alcuni operai, tra i quali Nazzarè de Lillo, Federico Pannellini, Peppe de Musolino che producevano “bollette” o chiodi che venivano venduti ai negozi di ferramenta, ai calzolai e ai contadini. Quella dei bollettai era stata per Montecosaro un’attività tradizionale: da ricerche storiche è risultato che all’inizio del ventesimo secolo esistevano ben quarantaquattro “addetti alle bollette” iscritti al sindacato.

Numerosi erano i calzolai: si trattava di veri e propri ciabattini, considerato che le scarpe erano fatte su misura e completamente a mano. La tomaia, spesso composta da alcune strisce di pelle o di similpelle ricavate da qualche vecchia borsa, veniva appuntata sulla forma e attaccata al fondo con il solo uso della lesina, la quale era necessaria per creare i buchi nei quali veniva fratto passare lo spago che, per renderlo più resistente, era stato precedentemente ricoperto di pece. Non tutti però potevano permettersi di ordinare un paio di scarpe nuove. Questo il motivo per cui il calzolaio svolgeva prevalentemente lavori di riparazione come, ad esempio, la risolatura di vecchie scarpe. In questo caso utilizzava non tanto il cuoio, molto costoso, ma la gomma ricavata da pneumatici di automezzi militari.

D’estate si calzavano perlopiù zoccoli di legno con il fondo fatto a mano con l’uso del falcione e della raspa. Il mio calzolaio era Peppe de Recchi, il quale aveva la sua bottega vicino alla mia abitazione. Il piano del suo tavolo in legno era suddiviso in molti scomparti in cui era riposto tutto l’occorrente per il lavoro (martello, tenaglie, colla, pece, spago, lucido, raspa, trincetto, cota). Ricordo che ai bambini che si avvicinavano alla sua bottega gridava con voce tonante: “Chi tocca le semenze muore!“, in modo da evitare che i piccoli discoli gli portassero via i chiodi che teneva sul tavolo.

Gli altri numerosi calzolai del paese erano: Cavallotti, Carlo Paniconi (detto fischio), Attilio Paniconi (detto Malavò), Valentino Liberati, Pietro Peroni e figli, Armando Marcantoni, Carlo Foresi (detto La Ruzza), Sauro Marchetti, Nicola Marchetti, Giuseppe Baldoni, Nazzareno Bruscantini, Otello Vallesi.

Vi erano poi i falegnami che, come i calzolai, svolgevano il lavoro completamente a mano senza l’ausilio di macchine elettriche. Gli strumenti più utilizzati erano la sega e la pialla. Tra i falegnami mi vengono in mente: Ugo, Basso ed Arnoldo Bassi, Angelo Rogani, Amedeo e Giuseppe Giusepponi, Giovanni Garbuglia (detto zippo), Gaetano Giusepponi, Siro Capponi.

Per quanto riguarda il mestiere dei ferrà (fabbri), ricordo in particolare Neno de Andò, con la bottega vicino al Cassero, per la inconsueta e divertente assegnazione dei nomi che da padre a figlio caratterizzava la sua famiglia. Da padre a figlio infatti si trasmetteva non solo l’attività di fabbro ma anche, in alternanza, i nomi di Neno o di Andò. Si aveva pertanto Neno de Andò oppure Andò de Neno. Ai tempi a cui mi riferisco era il tempo di Neno de Andò che, naturalmente, aveva un figlio che si chiamava Andò, pronto a rimpiazzarlo. Altri fabbri erano: Angiolì de Pizzà e Annibale Angeletti.

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 

 

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