Le attività nel dopoguerra a Montecosaro: lattonieri, barbieri, muratori, sarti

I lattonieri come Cucciolò e Bruno de Sittì (Marchetti), nel dopoguerra, fabbricavano prevalentemente lanterne ad olio, pompe per irrigare e oggetti da cucina. Tullio (Scipioni) invece produceva caldai in rame artisticamente battuti a mano.

Una figura singolare di artigiano era quella di Vincè de Vasì il quale, oltre a svolgere l’incarico di sagrestano come si vedrà in seguito, possedeva una piccola bottega dove effettuava riparazioni di oggetti domestici, specificati meglio nella targa appesa all’esterno, dove si poteva leggere: “Ripatrazioni Tegie e Lapegie, Coperci e Ombreli”. Quando una volta un ombrellaio venne da fuori a girare per le vie del paese, creandogli quindi una certa concorrenza, cercò di dissuaderlo e, non riuscendoci, lo affiancò per tutto il tragitto alternandosi con lui gridando: “Ombrellaio… pure io!“.

A Montecosaro i barbieri erano quattro: Bernà de Tartabì, Rino Peroni, Pasquale Orioli e Sesto de Castò. Quest’ultimo era un tipo talmente particolare che spesso, per dire di qualcuno che era “matto“, si affermava che era “matto come Sesto de Castò“. Alle prime ore del giorno egli aveva l’insolita abitudine di annunciare al paese ancora assonnato le condizioni del tempo. Percorreva infatti le vie principali urlando: “Africa” o “Siberia“, a seconda che il cielo si presentasse chiaro e sereno oppure grigio e nuvoloso. Inoltre a qualsiasi donna che non era del paese, era solito elargire complimenti e apprezzamenti ad alta voce e con una gestualità molto accentuata. Diceva: “Sembri una madonna!“, “Quanto sei bella!“, “Quanto mi piaci!“, spesso inginocchiandosi di fronte alla poveretta letteralmente allibita. Come barbiere prestava anche servizio a domicilio e pertanto lo si poteva vedere camminare per le vie del paese con in mano il pennello da barba, il rasoio e l’asciugamano.

L’unica parrucchiera del paese era Lia de Pasqualì, la quale, in una stanza della sua abitazione, effettuava il più completo trattamento per i capelli: shampoo, taglio, messa in piega, permanente..

Il mestiere di muratore veniva svolto da Mario e Pacì Foresi, Giuseppe Muzi, Marino Tartabini, Ciriaco e Belgio Giusepponi, Ubaldo Foresi e Adrio Moroncini. Anche in questo settore non esistevano allora macchinari di alcun tipo. L’impalcatura era fatta esclusivamente di pali e di tavole in legno; per sollevare la malta, preparata con la zappa, si ricorreva alla carrucola a mano.

Anche i sarti erano numerosi e facevano abiti su misura, data la difficoltà nel primo dopoguerra di reperire vestiti già confezionati. Bisogna dire però che molte persone non avevano neanche la possibilità di acquistare la stoffa, per cui in molti casi si facevano confezionare capi di vestiario con scampoli e ritagli conservati nel cassetto oppure con qualche coperta avuta dai militari polacchi. Il mio sarto era Morò: aveva appuntato le mie misure e quelle dei componenti maschili della mia famiglia in un libricino, che doveva però aggiornare nel caso in cui qualcuno di noi fosse cresciuto in altezza o avesse messo su qualche chiletto di troppo. Agli altri sarti erano: Cesare Foresi, Gino e Giulio Piolo (i mutarelli che avevano in Francè de lo Merlo il loro unico “interprete”), Eugenio Isidori, Luigi Moroncini (detto Tarà), Francesco Bruscantini, Antonio Recchi, Gildo Moroncini. Numerose erano anche le sarte che confezionavano vestiti da donna: Fernanda Rogani, Augusta Panocchi, Anna Maria Garbuglia, Leda Pepi, Carmela Bruscantini, Giuseppa Giusepponi, Pina Falappa, Ilda Miliozzi. Breve ricamatrici erano le sorelle Leda e Iva Lelli.

Tratto del libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 

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