Montecosaro nel dopoguerra: il calcio, lo sport preferito

Il calcio era lo sport preferito anche nel dopoguerra. Inizialmente si giocava con la palla di pezza, visto che i soldi mancavano e non esisteva la possibilità di acquistare un pallone o una semplice palla di gomma. Irda la sarta ci veniva in aiuto: con tanta buona volontà, utilizzando stracci, cimose e qualche ritaglio di stoffa, ci confezionava una bella palla. La necessità, come si usa, aguzza l’ingegno: escogitammo quindi il modo di racimolare i soldi necessari per l’acquisto di un vero pallone. Raccogliemmo per la campagna un certo quantitativo di ghianda, l’alimento più usato nell’allevamento dei maiali, e lo vendemmo ai contadini. Con il ricavato riuscimmo finalmente e con grande soddisfazione a comprare un pallone di cuoio.

Nacque così “La Freccia”,  la squadra di calcio i cui componenti erano i migliori giocatori del paese. Quando si svolgevano le partite, naturalmente amichevoli, al campo sportivo c’era tutto il paese a fare il tifo per i propri beniamini. Le partite in casa ed in trasferta avvenivano con Monte San Giusto, San Ginesio, Sarnano, Urbisaglia e altri paesi della zona. Il campo sportivo di San Ginesio era in pendenza: una delle due porte si trovava rispetto all’altra ad un livello, chiaramente visibile, molto più basso.

La squadra si schierava in applicazione del cosiddetto “metodo” che prevedeva le marcature ad uomo. Questo era del resto il solo modulo di gioco praticato in quel periodo: i due terzini avevano il compito di marcare le due ali avversarie, il centro-mediano il centravanti, i due mediani laterali le due mezzali. Portieri erano Franco de Gnuccatò e Tanks: impulsivo e spericolato il primo, tecnico e agile il secondo. Cesare de Ceri, Peppe Lelli e Raffaele de la Gorba ricoprivano il ruolo di terzino: insuperabili erano i primi due, mentre Raffaele non era sempre all’altezza del compito a causa della congenita miopia che lo affliggeva. Titta giocava centromediano e tutti i palloni alti sembravano destinati alla sua fronte, tanta era grande la capacità nel gioco di testa. Mediani erano i fratelli Umberto e Romano de Dora, abili sia nel gioco di interdizione che in quello di costruzione. Il ruolo di ala destra era ricoperto da Nazzarè Blasi, il quale però era un po’ lento ed impacciato data la sua altezza che raggiungeva quasi i due metri; per questo talvolta veniva sostituito da Dino de lo Tarlato, assai più scattante. All’ala sinistra c’era Balilla, piccolo di statura e velocissimo, tanto che il terzino avversario incaricato alla sua marcatura aveva sempre un gran da fare a fermarlo. Il trio centrale di attacco era veramente eccezionale: Peppe de Narcisetto e Ennio Cecchi, le due mezzali, erano dotati di grande tecnica e di potente tiro in porta: Ulisse de Pierina, era un centravanti bravissimo: con le sue serpentine creava un vero e proprio incubo per ogni difensore, possedeva infatti, come si direbbe oggi, un “dribbling travolgente e ubriacante“. L’unico che riuscì ad affermarsi nelle serie superiori fu Ennio che passò poi alla Fermana e per qualche anno militò in tale squadra che partecipava al campionato di serie C.

Contemporaneamente a “La Freccia” venne formata anche una seconda squadra denominata “La Razzo”, composta da ragazzi più giovani. Insieme a me, vi partecipavano Arnà de Pacì, Claudio de Giuditta, Ermanno Barbaresi, Gigetto de Valentino, Gigetto de Cardinà, Tonino Basili, Andò de Sgrulllì, Benito Lelli, Parmenio de Galliano, Adriano de Grilletto e Augusto de Tizzò. Gli incontri avevano luogo con Civitanova Alta (li farghetti de Citanò) e Morrovalle (li scarpù de Morro), che erano gli storici antagonisti di Montecosaro (li matti de Mondecò). Specie con Civitanova Alta esisteva un rapporto di forte rivalità: al termine delle partite i giocatori civitanovesi venivano sempre salutati con il lancio di sassi. Uguale trattamento era naturalmente riservato quando si andava in trasferta.

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 

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