Montecosaro nel dopoguerra: la riscoperta dei giochi di gruppo

La guerra aveva inevitabilmente provocato una frantumazione del tessuto sociale piuttosto evidente persino nel timore che, il solo allontanarsi da casa, potesse nascondere chissà quali seri pericoli. Il periodo della ricostruzione e della rinascita segnò, invece, il ricompattarsi della società con il conseguente rifiorire dei giochi di gruppo.

Durante l’occupazione da parte dei soldati polacchi ci divertivamo a scaricare i bossoli delle cartucce dei cannoni. La polvere gialla che si trovava all’interno assomigliava a lunghi spaghetti bucati: prima si faceva il modo di otturare il condotto da un lato, poi si procedeva con l’accensione dell’altro lato e, di conseguenza, lo spaghetto partiva ad una velocità tale da sembrare un razzo. Grosse risate erano garantite.

Altro modo per provocare gli spari era quello di prendere due viti di ferro, tenute insieme da un dato, e sistemare nella cavità della polvere composta da zolfo e potassio. Di solito ci si procurava il potassio dalle pasticche vendute in farmacia per combattere la tosse. La rudimentale bombetta veniva poi lanciata in alto e, cadendo a terra, produceva un colpo come quello di un fucile.

Erano questi e altri i giochi temerari e pericolosi che sono da attribuire all’incoscienza della giovane età, come camminare sul cornicione della torre della Chiesa di Sant’Agostino con il rischio, tutt’altro che improbabile, di cadere nel vuoto o, sempre nella stessa Chiesa, assistere alle “Tre Ore” del venerdì di Pasqua da un buco della volta sovrastante l’altare.

Spesso si giocava in quattro o cinque a buttassù con le monete: l’abilità stava nell’accostarle il più possibile (normalmente quelle di quattro soldi) ad un sasso precedentemente lanciato e quindi conquistarsi il diritto di chiamare per primi “testa o croce” o, come si diceva allora, “testa o cinque”. Il giocatore si aggiudicava il questo modo quelle monete che, lanciate in aria, erano cadute sul lato da lui chiamato. Si giocava anche a ciottillo (ciottolo o sasso) utilizzato per capovolgere le monete: se ciò riusciva il giocatore poteva intascare le monete capovolte.

Un gioco che ci piaceva fare era quello degli scrocchi. Per ottenerli occorreva lo cretò, che solitamente si andava a prendere joppe lo Pretò. Una volta battuto e maneggiato per bene, il fango veniva sagomato a forma di tazza con l’accortezza che il fondo risultasse sottilissimo, aiutandosi con la saliva. Dopodiché lo cretò veniva sbattuto con forza a terra provocando uno scrocco fragoroso.

Sulla discesa della Croce si facevano le gare di velocità con il carretto, costruito con pezzi di tavole raccattati presso i falegnami. Era fortunato chi riusciva a procurarsi delle ruote in gomma, riciclandole da vecchie carrozzelle per neonati. In mancanza di meglio si era costretti a realizzare le ruote in legno che, naturalmente, avrebbero reso il carretto più pesante e meno scorrevole.

Il gioco della rotola (ruzzola) prese subito piede: era occasione di grande divertimento per giovani e meno giovani. La partenza era sempre all’altezza del pignotto, pino situato all’inizio della strada che portava alla Stazione, si proseguiva poi joppe li Trintù, per continuare vicino alla casa dell’Unguillà e giungere infine presso quella di Cacchiero, prima del Cimitero. Per la sua posizione, la casa di Cacchiero sembrava quasi irreale, sospesa in alto sopra la collina, come a vigilare le tombe sottostanti e a indicare non solo il traguardo del gioco ma, in qualche modo, anche la meta finale dell’esistenza. Vinceva chi era più bravo a “staccare”, a dare cioè forza al tiro, a indovinare la lunghezza della battuta e la giusta inclinazione della rotola. Bisognava inoltre essere molto abili ed anche fortunati a non mandare la rotola joppe lo Cupalò, un fosso molto profondo, da dove era poi assai difficile riportarsi sul percorso regolare, tanto che lo sventurato giocatore era quasi sempre costretto a ritirarsi. Imbattibili in questo gioco erano Attilio de Pessé, Arturo de Ezio, Morò, Guido de Luciola.

Mio cugino Claudio (Perugini) non era solito partecipare al gioco della rotola: anche allora si interessava quasi esclusivamente di aeroplani, realizzando con passione modellini di compensato che faceva volare con l’utilizzo di un elastico.

Allora si riusciva a “giocare” anche con le persone. Mi riferisco a quello che era per noi giovani un gioco spassoso e scanzonato, anche se dall’altra parte c’era un essere umano, vecchio, bisognoso e sporco: un autentico barbone dei nostri giorni, Egli si prestava al nostro gioco che era anzi divenuto per lui una necessità, una ragione di vita. Non conoscevamo il suo vero nome: lo chiamavamo Picci Colorai. Il gioco consisteva nel chiedergli ad alta voce: “Picci do’ vai?“, “quanto è arde sse torri?“. Non è il caso di riportare qui la risposta che puntualmente ci veniva data ad alta voce, ma risulterà facilmente intuibile dicendo che la parola “mammeta” era immancabile. Bastava scorgerlo che immediatamente partiva da uno di noi la domanda alla quale faceva seguito la prevedibile risposta. Mi ricordo che un giorno Titta (Giovanbattista Bruscantini), vedendolo in pessime condizioni lo portò in casa sua e gli offrì un bel piatto di minestrone, Egli mangiò con appetito e avidità, ringraziando poi con fervore e riconoscenza. Quando si congedò, Titta ingenuamente e senza alcuna malizia, gli chiese: “Adesso dove vai?“. La risposta urlata fu anche allora …. “mammeta“!. Picci Colorai morì poco tempo dopo il suo ricovero all’ospizio, allorché era amorevolmente assistito dalle suore, quando per lui si prospettava una nuova vita, una vita… civile.

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 

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