Montecosaro nel dopoguerra: attività e commercio

I tedeschi erano stati sconfitti, è vero, ma la povertà e la miseria non ancora. Non esistevano i mezzi sufficienti per vivere ed alcune famiglie soffrivano praticamente la fame. Rispetto al periodo della guerra non erano avvenuto cambiamenti significativi nello stato di indigenza della popolazione. Solamente dai militari polacchi si poteva ottenere qualche piccolo aiuto in cambio di prestazioni lavorative o di vino e di frutta. Lo stoccafisso, il baccalà, le sardelle, le aringhe, erano gli alimenti consumati quotidianamente. La polenta, i fagioli e i “frascarelli” erano i cibi della festa.

A causa delle precarie condizioni di vita molte persone erano state costrette a lasciare il paese in cerca di luoghi migliori. Alcuni emigrarono in altre nazioni europee, come Costantì, e Dino de Baiocco in Belgio, Fortunato de lo Riccio e Meo Ireneo in Francia. Altri si imbarcarono sulle navi e traversarono l’oceano, coma la famiglia Cecchi (Mimmo, Emma, Ennio, Emiliana, Ermanno), Cesare Marchetti e la moglie Maria, i fratelli Sergio e Bruno Ripari, i fratelli Giuseppe e Bruno Bruscantini con le loro mogli, e tanti altri ancora. Con il loro lavoro e con i tanti sacrifici hanno tutti contribuito da lontano a fare più grande la nostra Patria.

Non esistendo allora i ristoranti nel nostro paese, i pranzi per matrimoni e per comunioni venivano affidati a cuochi improvvisati ma bravi, come Italo de Gaglina e Argìa de Fischio, che approntavano grandi tavolate sistemate in campagna dentro caratteristici tendoni tricolori ed in paese in sale di palazzi messe a disposizione da alcuni famiglie, come venne fatto dai Marinozzi in occasione dei matrimoni di Antonietta Garbuglia e Anna Maria Angeletti.

Le rivendite di alimentari erano pressoché sprovviste di merce. I due negozi esistenti, quello di Gorizia e quello di Angiolì de Vittò, avevano poco da lavorare. Stessa situazione per la Cooperativa di Consumo gestita da Lisà de Lucciola e per le macellerie di Vittorio Peretti e di Giuseppe Giusepponi. Normalmente non si concedeva credito e il corrispettivo degli acquisti veniva pagato per contanti. Esisteva comunque l’usanza con cui le famiglie ricche del paese, quelle cioè che davano sicuro affidamento, versavano l’importo dovuto ogni sei mesi (per esempio al raccolto del grano e al raccolto delle barbabietole) o una volta all’anno in coincidenza con il Natale. Si metteva quindi in uso un quadernino tenuto dal compratore sul quale il negoziante annotava, ogni qualvolta avveniva la spesa, l’importo della merce acquistata. Tale quadernino aveva preso il nome di “libretto della spesa“.

Per limitare il consumo di alcuni generi di prima necessità era stata introdotta la “carta annonaria individuale“, munita di bollini che venivano staccati al momento dell’acquisto. Avveniva anche uno scambio di bollini: i bari, per esempio, avevano bisogno di una maggiore quantità di zucchero e pertanto scambiavano i bollini di altri generi con quelli dello zucchero. La stessa cosa succedeva in altri casi a seconda delle specifiche necessità.

In tale situazione, purtroppo, trovava fertile terreno il cosiddetto “mercato nero“, gestito però, e ci tengo particolarmente a sottolinearlo, non da personaggi locali, ma da individui senza scrupoli provenienti da fuori che speculavano sui bisogni della povera gente.

Si cercava di sopperire alle esigenze alimentari con l’allevamento degli animali da cortile: non c’era famiglia che non possedesse galline, conigli, piccioni. Era normale vedere polli o chiocce con pulcini circolare liberamente per le vie del paese. Alcuni allevavano anche il maiale, qualche pecora o capra.

Le condizioni di vita ebbero poi un certo miglioramento con il piano Marshall: gli aiuti provenienti dagli U.S.A., nel quadro della cooperazione economica, contribuirono in modo determinante alla rinascita e alla ricostruzione dell’intera nazione.

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 

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