Montecosaro nel dopoguerra: il Teatro, vanto per il paese

Il teatro era un vanto per il Paese: un vero e proprio gioiello ammirato non solamente dai montecosaresi. Era fornito di sipario in seta rossa di pregio e dello stesso tessuto erano rivestiti gli appoggiatoi dei palchi. Il teatro era di proprietà condominiale e quindi i trentadue palchetti erano assegnati a famiglie appartenenti al condominio; ogni anno veniva sorteggiata l’attribuzione dei palchi con l’alternanza delle file.

Mancando qualsiasi tipo di riscaldamento, quando faceva freddo era consuetudine portarsi da casa lo scaldino pieno di carbonella accesa e la cassetta, fatta di legno e internamente rivestita di latta, per scaldarsi anche i piedi. Quando si svolgeva una manifestazione, puntualmente mancava il posto necessario per tutti, tante erano le persone ad intervenire.

Nel corso dell’occupazione tedesca il teatro aveva ospitato spettacoli di musica seria e impegnata con l’intervento del paesano Sesto Bruscantini (basso) e dei portocivitanovesi Walter Cecchetti (baritono) e Mariano Stronati (tenore), brillanti interpreti di famose romanze di opere liriche e di canzoni della migliore tradizione napoletana. Il ricavato era stato devoluto in beneficenza.

Dopo l’occupazione il teatro venne destinato alle feste da ballo che si svolgevano di solito al sabato e alla domenica. Era un divertimento molto di moda che attirava gli abitanti del luogo come pure la gente proveniente dai paesi limitrofi.

Suonava un’orchestrina locale composta da Angiolì de Trambola al trombone, Pasqualì al clarinetto, Angelo Tom al sassofono, Parmenio alla tromba, Rino alla fisarmonica ed Ermanno Barbaresi alla batteria.

I balli allora in voga erano il tango, il valzer, il fox-trot e “lo struscio”. Animata era la competizione per l’elezione della “reginetta” della serata: sif aceva a gara per comprare “i punti” determinanti per far vincere la favorita. Per le gare di saltarello ci pensava Quinto a suonare l’organetto. Qualche volta, in conseguenza all’elevato flusso di persone, si utilizzava anche il locale sito dietro il palcoscenico. Alle feste di Carnevale il teatro veniva addobbato in modo particolare, così che i variegati colori dei coriandoli e delle stelle filanti rallegravano ancor più quella magica atmosfera.

Al sabato sera e alla domenica pomeriggio, se il teatro non ospitava una festa da ballo, allora diventava cinematografo; l’operatore Mario de Musolino proiettava film dell’epoca in bianco e nero: “Prossimamente su questi schermi” sempre scene di lotte, intrighi, duelli, passioni, gelosie e tormenti.

Avevano luogo anche le rappresentazioni teatrali con la partecipazione di “attori” locali. Esistevano addirittura due “compagnie”: una diretta da Peppe Perugini e l’altra dall’Avv. Vannucchi. Ho assistito con molto interesse a tutte le commedie portate in scena e, in particolare, ricordo la drammatica “Due dozzine di rose scarlatte” e la brillante “La zia di Carlo“. Le rappresentazioni si concludevano con una “farsa”, o spettacolo comico in un unico atto, dove primeggiava Armando de Peracello che riscuoteva sempre scroscianti applausi per la sua comicità.

Risulta evidente che la voglia di dimenticare ed il desiderio di voltare pagina costituivano una spinta forte alla distrazione, tale da creare in ciascuno di noi una carica interiore di ottimismo per l’avvenire.

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 

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