Montecosaro nel dopoguerra: i bar e le cantine

Nell’immediato dopoguerra, in piazza c’erano due bar: quello di Catarì e quello di Mimma. Al loro interno vi erano gli unici due apparecchi televisivi del paese, di conseguenza, verso sera, si era soliti assistere alla formazione di due distinte processioni composte da persone dirette verso l’uno o l’altro esercizio: ognuno portava con sé una sedia necessaria per assistere agli spettacoli.

Tali luoghi divennero così anche punti di incontro dove circolavano le opinioni, si facevano confidenze e si esternavano preoccupazioni; erano veri e propri punti di ritrovo in cui la comunità e i vincoli sociali si rinsaldavano e sbocciavano anche amori. Ciò che non si faceva o si faceva raramente era l’ordinazione della consumazione, con grande disappunto, qualche volta espresso apertamente, da parte dei due gestori. Nei bar si giocava anche a carte ed a biliardo: a boccette ed a stecca. In quest’ultima specialità emergevano sugli altri Tarcì, Gildo e Raoul.

Come i due bar, altrettanto frequentate erano le tre cantine del paese: quella di Gaglina, di Marì la Gnuccatora (conosciuta anche come cantina di Domè de lo Ragno, appellativo del marito) e di Gigetta de Luisce. Si potevano bere vini locali, bibite, gassose (caratteristica la bottiglia con la pallina!) e giocare a carte, perlopiù a scopa, a tressette e a briscola. Molto spesso si giocava al principe che condannava l’impiccato, e cioè lo sfortunato di turno, a non bere.

Memorabili erano le partite a scopa fra Tappatì e Tramannò: duravano un’intera giornata, cominciavano di primo mattino per finire a sera inoltrata. Fatta eccezione per gli appartenenti alle famiglie nobili, le cantine erano frequentate da tutti, non solamente dalla persone più umili. Vi si stava in allegria e, con la complicità del vino, ci si divertiva a raccontare storielle spassose e a intonare cori. Si andava nelle cantine anche per fare merenda e, su ordinazione, si potevano mangiare gustosi piatti di fagioli o di trippa.

Ricordo che clienti assidui erano i fratelli Peppì e Righetto de Cascià, due personaggi dalle uscite bizzarre e stravaganti. Di sera arrivava Peppe de Rafene per bere il solito bicchiere di vino: uno soltanto gli bastava perché iniziasse a parlare in modo sconclusionato, dalla finestra della sua abitazione, improvvisando dei veri e propri discorsi che quasi sempre prendevano di mira, chissà perché, l’on. Fanfani. I suoi comizi svolti con tono solenne e convinto, mancanti di senso logico, ma molto spesso vicini al vero (vino veritas), facevano fermare i passanti che, apparentemente disinteressati, lo stavano invece ad ascoltare.

Tratto dal libro “Passa la guerra” di Gian Mario Perugini – Centro del collezionismo 

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