I cappelletti

C’era una volta una piccola casetta, in un piccolo paesello con le case accoccolate una all’altra. Vi abitava gente semplice e buona. Tutto pareva tenero nel brusio incessante delle cicale, che alle prime ombre della sera si attenuava per lasciare posto al canto dei grilli e alle lucciole. Ci si ritirava presto alla sera con la lampada a carburo che illuminava la notte.

Certo, non tutto era idilliaco, la vita era dura, segnata da enormi sacrifici. Alle spalle vi era stata la guerra, la fame, la miseria. Mandare avanti la casa a quei tempi non era un impresa da poco. E così certe abilità gastronomico-culinarie si trasmettevano di madre in figlia e la tradizione continuava. Una cucina semplice fatta da donne instancabili, che governavano la casa dal sorgere del sole fino al tramonto.

ll mattarello era il re della cucina. Serviva si, per tirare l’indispensabile sfoglia, ma anche per minacciare i bambini che avevano combinato qualche marachella. Tirare la sfoglia era un’arte, bisognava farlo con molta cura, evitando che si bucasse e che mantenesse la giusta rugosità per il sugo. Sotto quelle sapienti mani nascevano lasagne, tagliatelle, strozzapreti, tagliolini e molto altro.

Ma il capolavoro erano i Cappelletti, con la loro forma minuta e soffice, con i segreti dell’impasto tramandati per generazioni, pronti per essere affogati in un buon brodo. Centinaia, migliaia di cappelletti, costruiti con magistrale tecnica dalle rapide mani di mamme e nonne, da consumare durante i pranzi delle feste. Chi li ha vissuti, ricorda sempre con tanta nostalgia e rimpianto quei giorni semplici e felici, con quei profumi, con quegli aromi, con quell’atmosfera conviviale. Immagini di un mondo perduto che si custodiscono gelosamente nel cuore, immagini lontane, cullate, quasi sussurrate sulle labbra.

C’era una volta una piccola casetta, in un piccolo paesello con le case accoccolate una all’altra. Alcune ristrutturate, altre disabitate, diroccate, segnate dal tempo. C’erano una volta tante persone piene di umanità. Resta solo il ricordo di mondo lontano, andato irrimediabilmente perduto.

Tratto da un racconto di Domenico Piscaglia

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