Giuseppe Perugini: perso il senso delle parole

fit-tileCaro direttore, se ne va un altro anno con il suo carico di affanni, di tormenti, di parole oltre la misura, urlanti in ogni spazio. Ecco, le parole. Ne riconosciamo l’effetto sonoro e la tonalità. Non ne avvertiamo più il senso, ovverosia il sentimento e il significato. A forza di esagerare, le abbiamo demolite. Modificazioni, riforme, democrazia: quali pensieri o segnali ci trasmettono oggi? Eravamo sicuri di saperlo, non ne siamo più tanto certi, o può darsi perché il mondo cambia troppo in fretta, mentre da parte nostra non troviamo le parole nuove per descriverlo.

La guerra, per esempio. E’ un’esperienza bellica quella che stiamo attraversando? Nessuno Stato ha invitato i nostri ambasciatori per dichiararci guerra. Là, di fuori, non c’è un esercito nemico con la sua divisa mimetizzata o blu. Non sussiste neppure una linea del fronte. Da qualche tempo, nondimeno, ci sentiamo tutti al fronte.

Stiamo lasciando da parte una alla volta le nostre autonomie per ricavare maggiore sicurezza. Lo facciamo in difesa dei nostri valori nel momento esatto in cui li stiamo disapprovando. Come soldati della democrazia, altra parola ormai divenuta non chiara, si presenta abbastanza dubbiosa.

Ricordo che nel distante 2007 il manifesto del PD dava inizio con la seguente scritta: “Noi democratici, amiamo l’Italia”. A quel tempo mi chiedevo, e ancora adesso mi chiedo: avrebbe senso scrivere “Noi antidemocratici, odiamo l’Italia”. No, allora quella frase non significa più nulla. A quel tempo, ricordo che diversi quotidiani li chiamavano “crampi mentali”: l’immagine dell’oggetto si dissociava dalla sua sostanza e per effetto ciascuno ci percepiva quel che gli pareva.

Perché tutti ci proclamiamo democratici: i politici, gli intellettuali, le mamme, i papà, i nonni, eccetera. Ma se tutti siamo democratici, nessuno è democratico. L’identità si ritaglia in opinione contrario all’altro, così come il popolo italiano si differenzia dal popolo americano o russo.

C’è mai stato un governo che non si sia dichiarato riformista? Mai: tutti i governi di destra e di sinistra, di sopra e di sotto, ci hanno sventolato sotto il naso le proprie riforme. D’altra parte, ogni legge introduce una riforma sulla legislazione preesistente e i governi stanno lì per dettare leggi. Tuttavia, di nuovo: se tutti sono progressisti, nessuno è riformatore. Probabilmente è questo a inquinare la nostra vita pubblica, l’essenza di un modo d’esprimersi disciplinato: è più onesto, più sincero, più schietto. Una riforma ove fosse davvero tale, pesta qualche piede e ne riceve in contraccambio dei calcioni. Se tutti stanno buoni e zitti vuol dire che non è successo niente.

Sono di sinistra i 5 Stelle? Probabilmente no, però neanche di destra e meno che mai di centro. Allora cosa sono? Per definirli un’altra pioggia di parole trite: populismo, estremismo, antipolitica. Le stesse che usiamo per la Lega benché i due movimenti muovano verso contrarie direzioni. Il senso di marcia, ecco il senso di cui sono ormai prive le parole. Vedo con la mente che in quello specchio di parole si riflette il nostro spaesamento.

E’ una buona riforma la Buona Scuola? Certo, a giudicare dal putiferio di reazioni che ha destato. E la riforma Madia sulla pubblica amministrazione? Fino adesso procede nel sonno degli ascoltatori, senza incontrare proteste. C’è la parola, allora, non la cosa. D’altronde pure l’opinione contraria ha perduto i suoi colori. Destra e sinistra restano categorie del codice stradale, non più della politica.

Caro direttore, chissà se qualche lettore esprimerà il suo commento o pensiero sul contenuto di questa nota. Può darsi che riferirà il suo consenso, magari introducendo altre riflessioni o meditazioni.

Giuseppe Perugini

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