Giuseppe Perugini: dopo il no al referendum è possibile una nuova riforma

referendum-costituzionale-1Caro direttore, da alcuni giorni stavo riflettendo se redigere o no una nota per il tuo giornale avente a oggetto il “Referendum” per il quale andremo a votare domenica 4 dicembre. Ero dubbioso perché ritenevo che “note di parte” non fossero pubblicate dal tuo giornale. Non avevo nessuna intenzione dunque di generare contrattempi al mio amico direttore Giorgio. Sennonché, ieri, scorrendo il tuo giornale, ho letto e riflettuto sulla nota di un tuo lettore, risoluto ad ogni costo a votare SI. Per effetto, quindi, le mie incertezze erano fuori luogo. Pertanto, mi sono oggi seduto davanti al mio PC per redigere sul tema l’articolo che segue.

Frutto della consapevolezza che le Istituzioni condizionano in maniera decisiva la capacità di un Paese di produrre benessere e sviluppo, la riforma della Costituzione oggetto del referendum, punta a superare il “bicameralismo paritario” e a rimettere in equilibrio la ripartizione dei poteri tra lo Stato e le Regioni. Dopo quasi trent’anni di dispute e prove frustrate, si tratta di obiettivi in sostanza condivisi, così come la modifica di alcuni gravi errori della riforma del 2001 del Titolo V (quinto) e la soppressione delle Provincie e del CNEL.

Accanto alle luci, a mio avviso, si trovano le tante ombre. Molti degli strumenti con cui la riforma si propone di raggiungere i propri obiettivi rischiano di portare a risultati opposti a quelli sperati, in altre parole: a un apparato istituzionale e una “macchina delle leggi” più complessi e non più semplici, a una maggiore e non minore stato di conflitto tra Camera e Senato e tra Stato e Regioni. A riguardo è sufficiente pensare ai senatori a mezzo servizio chiamati a dividersi tra il Parlamento e i Consigli Comunali e Regionali, alla decina di diversi tragitti tra le due Camere secondo gli oggetti trattati per l’approvazione delle leggi, al delicato coordinamento tra Camera e Senato affidato a una non ben definita intesa tra i due Presidenti, ai labili e scivolosi confini delle nuove materie affidate alla legislazione esclusiva dello Stato e delle Regioni, e via dicendo. Queste ragioni, che inducono a esprimere un giudizio complessivamente negativo sulla riforma, sarebbero, tuttavia, più serenamente apprezzate, ove fosse chiaro che esse non sono il frutto né di una chiusura al rinnovamento né, tantomeno, di un disegno di parte, che il “NO” a questa riforma vuol dire “SI” a una riforma migliore: una riforma più equilibrata, semplice e comprensibile che, confermandone gli obiettivi, sia tale correggere le gravi mancanze di quella oggi sottoposta al vaglio degli elettori.

Di una simile riforma, questi potrebbero essere i punti essenziali:

  • a. dimezzamento del numero dei parlamentari sia alla Camera sia al Senato;
  • b. superamento del “bicameralismo paritario” con la concentrazione nella sola Camera del voto di fiducia e con l’affidamento al Senato di una funzione di coordinamento delle politiche regionali;
  • c. conservazione del carattere bicamerale della legislazione con un rigoroso limite temporale alla “navetta” tra le due Camere e con la prevalenza finale della volontà della Camera;
  • d. conferma di alcuni punti della riforma sottoposta a referendum, quali la previsione di una corsia di favore per i disegni di legge del governo con limiti più rigorosi ai decreti legge. La revisione del Titolo V (quinto) della Costituzione limitata allo spostamento nell’area della legislazione esclusiva statale delle funzioni di sicuro rilievo nazionale: grandi infrastrutture, energia, ordinamento della comunicazione, l’abolizione del CNEL e delle Provincie.

In caso di vittoria del NO, questi punti, da tempo maturi nella coscienza del Paese, potrebbero formare oggetto di un progetto d’iniziativa parlamentare da presentare subito dopo il referendum, perseguendo, in uno spirito di riconciliazione, un consenso più ampio nel Paese e tra le forze politiche tale da consentire un’approvazione in tempi ristretti, magari entro questa legislatura. Quest’approccio alla riforma “minore” una volta sperimentato, potrebbe essere poi sviluppato e completato attraverso un intervento più incisivo e diretto sulla forma di governo per rafforzare la stabilità dell’esecutivo, introducendo la sfiducia costruttiva e attribuendo al premier il potere di proporre al capo dello Stato non solo la nomina ma anche la revoca dei ministri. Alla riforma della Costituzione si dovrebbe ovviamente affiancare anche una nuova legge elettorale che tenga, tra l’altro, conto delle nuove funzioni di Camera e Senato. Ma questa è, ed è bene che per il momento resti, un’altra storia.

Chiudo, dichiarando che i ragionamenti catastrofici delle opposte propagande (collasso finanziario se è superiore il NO – svolta assolutistica se prevale il SI) dalla sera del 4 dicembre devono intendersi monete fuori corso. All’indomani del referendum, a prescindere dall’esito, il primo compito delle Istituzioni e di una classe politica ragionevole e assennata dovrebbe (deve) essere quello di riunire il Paese. Va detto, infine, che la campagna elettorale è stata lunga e stonata. A mio avviso, il Presidente della Repubblica e i politici della maggioranza e delle opinioni contrarie dovrebbero (devono) sentire il sacrosanto dovere di restituire il dibattito pubblico a una dimensione di concreta e credibile armonia.

Giuseppe Perugini

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2 commenti to “Giuseppe Perugini: dopo il no al referendum è possibile una nuova riforma”

  1. Questo post mi ha fatto tornare in mente un film che ho visto tempo fa, e che rifletteva proprio sul mondo della politica e sulle sue storture. Il film è questo: https://wwayne.wordpress.com/2014/01/08/il-fine-giustifica-i-mezzi/. L’hai visto?

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  2. condivido la nota

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