Giuseppe Perugini: Noi che diventiamo altre fonti di tragedia

imageCarissimo direttore, in questi giorni ci sono i morti, i feriti, i sopravvissuti, quelli che non hanno più niente. Ci sono i volontari, i soccorritori e i parenti che cercano.  Le immagini alla TV, i bambini tirati fuori dalle macerie. Ci sono le macerie, i Paesi che sono scomparsi e che (sono certo) riappariranno con grinta e forza. E poi ci siamo noi, cioè tutti gli altri che non siamo lì e che siamo spettatori di un dramma, tragedia che diciamo che ci riguarda, e come ci riguarda, ma intorno a noi la vita è puntualmente com’era prima, seduti comodamente sul divano e l’acqua minerale e la birra nel frigorifero, le scale da scendere per andare incontro a una bella giornata d’estate.

I funerali sono avvenimenti importanti, sempre in bilico tra commozione ed esibizione. Stavolta però è stato diverso. I famigliari delle vittime seduti per terra, vicino alle bare. Le lacrime della moglie del Presidente del Consiglio che di sicuro non è preparata a queste occasioni. Auspichiamoci che non si abitui mai.

C’era aria di tregua, interruzione. La generosità e la bontà eccezionale anche per un popolo generoso. Cos’ha fatto di male Arquata del Tronto, Amatrice, Accumoli?

Che cos’ha di particolare questo terremoto rispetto ad altri eventi luttuosi? Indica un avvenimento al di fuori del controllo umano: una catastrofe naturale per cui nessuno può essere ritenuto responsabile. Un fatto che induce non al fatalismo ma all’umanità, che abbatte le polemiche inutili e invita a riflettere.

Questo terremoto arriva dopo un anno tragico e un’estate per davvero spaventosa.

Le brutte e cattive notizie sono piombate su di noi con una cadenza impressionante: l’eccidio di Nizza, il martirio di padre Jacques Hamel, gli attentati in Germania, le barbarie di Dacca, gli orrori in Africa settentrionale, la violenza in Turchia. Siamo stanchi e, forse, anche di ingiuriare e dividerci. Chissà, probabilmente cominciano a capire che una Nazione bella, attraente, cordiale e adorabile come la nostra Italia può fare miracoli, e una narrazione unita è un buon posto per vivere.

I sopra citati Paesi sono luoghi dove pochissimi di noi sono stati, ma tutti in qualche modo riconosciamo. Sono originali dell’Italia minore e migliore, quella da cui veniamo tutti camminando a ritroso nelle generazioni.

Tanta bellezza e poca manutenzione, troppi anziani soli. Non bastano le visite di parenti e turisti in estate.

Oggi i fari sono accesi, domani si spegneranno ha detto monsignor Giovanni D’Ercole. Un’attenta stima che chiama in causa tutti noi che potremmo fare buone cose o almeno evitare quelle cattive: la superficialità frettolosa, la sciatteria, il battimano per ogni soluzione anche la più irragionevole e contraddittoria purché arrivi dalla propria parte politica.

Sono sicuro che l’Italia non sia questa. E’ quella raccontata dal vescovo di Ascoli Piceno le cui parole non valevano solo per le Marche ferite: “… una terra abitata di gente che non si scoraggia”. Questo siamo e stavolta, chissà, può darsi che l’abbiamo capito.

Giuseppe Perugini

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