La nota di Giuseppe Perugini: i nuovi paradigmi (modelli – schemi) del manager

Cercasi manager in AsiaSempre interessanti le considerazioni, relative a tematiche varie, di Giuseppe Perugini, attivo collaboratore di Montecorriere, al punto che si è reso necessario creare un angolo intitolato “Le note di Giuseppe”, che potete trovare nella colonna destra del sito sotto “Categorie Articoli”. Questa volta l’argomento è pane per i suoi denti: si parla di manager di ieri e di oggi.

“In questi ultimi anni al dirigente è sempre più chiesto di essere (e giustamente) esempio nella guida del cambiamento sociale e dello sviluppo del rapporto fra uomo, lavoro e società civile. Tutto ciò, nonostante egli abbia un’agenda sempre incasinata. Sono ormai passati otto anni da quando sono in pensione. Quarantadue di lavoro, di cui oltre trenta con posizione di manager: Montedison, Pirelli. Questo mi introduce al tema di cambiamento per il dirigente e della vita del futuro. La velocità e la destrutturazione del tempo di lavoro, unitamente a quello della diversità del pensiero e della responsabilità, sono le ragioni sulle quali desidero trattenermi.

Sono considerazioni originate non soltanto dai convegni ai quali di tanto in tanto sono invitato, ma anche dai discorsi passati con compagni affezionati, tuttora in attività, con i quali ogni tanto mi ritrovo. Dico subito che sono ottimi dirigenti che talvolta svelano non poche questioni e difficoltà. Dalle nostre chiacchierate ho capito che le loro situazioni di lavoro sono enormemente cambiate rispetto al passato decennio, e oltre. Sfuggo dal preconcetto che per fare le cose giuste ci vuole tempo. Molte volte è vero, altre volte sono un espediente per cercare di rallentare la velocità del cambiamento. I nostri manager, oggi, devono prendere atto di avere meno tempo per prepararsi, esporsi, decidere e agire.

E’ vero, fino a diversi anni fa non eravamo stati educati per questo. Valuto, tuttavia, che non sia facile cambiare quella tendenza senza entrare in affanno, nervosismo e (anche) disquilibrio interiore. Questa è la prima grande sfida che i quarantenni / cinquantenni e oltre, devono gestire la propria vita e le posizioni di responsabilità. La velocità dell’agire economico odierno non può essere inquadrata nel classico orario di lavoro. Il dualismo tempo privato / tempo di lavoro non esiste più. Si lavora, si vive e si cresce quasi nello stesso tempo in ogni momento della nostra vita. Può sembrare poca cosa, ma non lo è in un mondo cresciuto nel modello che predisponendo ottime procedure e rispettandole si sarebbe diretto bene l’azienda e la vita. Che concentrandosi al lavoro e poi staccando si sarebbero garantiti i migliori risultati e un vivere tranquillo.

Per gestire questa nuova complessità le regole non bastano, serve una nuova bussola fatta di obiettivi e significanti valori. Il vero collante di un’organizzazione è la cultura comune, il senso di scopo collettivo, la rete di relazioni ed emozioni che ciò origina. Ritengo che questo contrassegno unificante permette di tenere insieme una moltitudine di persone con interessi, bagaglio culturale, professionali e problematiche personali differenti.

La condivisione d’informazioni cementifica i legami e le professionalità. Non è sufficiente identificare la direzione, va ricordata, rinfrescata e supportata. Al mio tempo, in azienda, c’erano giovani e “vecchi”. Oggi la forbice anagrafica si è ristretta, ma si è allargata la differenza di cultura, di modo di informare e di valori. Ho il convincimento che i dirigenti in attività devono imparare e ascoltare e capire dai suoni e armonie dei movimenti, che in altri tempi abbiamo, purtroppo, ignorato. Oggi, osservo che manager che ancora avevano voglia di dare sono stati estromessi dal mondo del lavoro per lasciare spazio ai giovani i quali, sovente, non sono all’altezza a gestire la complessità relazionale delle società moderne. Non mi pare, dunque, un problema di età, ma di cultura.

Risulta che nei Paesi anglosassoni hanno tolto la data di nascita dai curriculum vitae da molto tempo. A dire il vero, mi era parsa una fesseria, perché dalle esperienze e dagli studi risalivi comunque quasi all’età della persona. Con il tempo, riflettendoci, non sono più sicuro di quel parere. Forse è un bene che le prime informazioni direttamente percepibili da un curriculum vitae siano quelle di esperienze e competenze. Eccomi, a termine, a fare le osservazioni finali su una delle parole chiave del management. Il nuovo mondo è un mondo in cui le persone hanno più opportunità, ma anche più responsabilità e incombenze.

L’azienda è fatta sempre meno di posti di lavoro, sempre più di progetti. Programmi aziendali che nascono e terminano. E così dicasi pure dei progetti personali delle persone. Abbiamo inventato le piazze e i porticati per la socializzazione e ancora oggi, sfortunatamente, la maggioranza dei nostri dirigenti non riesce a dire le cose spiacevoli e difficili ai collaboratori in modo sensato. Essi hanno (prima di tutto) la responsabilità di tutelare un sistema di sostegno per cui chi è in cambiamento non deve sentirsi abbandonato e fuori dai giochi, ma solo in fase di ridefinizione del proprio futuro. Non assistenzialismo fine a se stesso, ma supporto, rinforzo, guida e indirizzo. Responsabilità di fare da guida e ispirare le loro persone dentro e fuori dalle mura dell’azienda e tutti gli ambienti con cui sono in contatto. Devono sentirsi “obbligati” a creare valore, sostanza, etica, opportunità, crescita, sostenibilità non solo per la loro l’azienda, ma anche per il nostro Paese”.

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