Cinema dipinto

In una società come la nostra, per la quale non a caso è stata coniata a suo tempo la definizione di civiltà delle immagini (tanto espressiva che, per esempio, è stata assunta come titolo di un loro saggio sia da Yves Bonnefoy sia da Emilio Garroni) è chiaro che la storia passa anche attraverso quelle che sono erroneamente ritenute arti minori. Tanto minori che, per esempio, non si dice niente di nuovo, affermando che, in Italia, l’illustrazione è a livello critico la Grande Negletta. Per la quale, tanto per dare un’idea, esiste un unico testo di grande valore, quello di Paola Pallottino intitolato Storia dell’illustrazione italiana (ed. Usher Arte, 2010) ma, al di là di qualche altra opera di Santo Alligo, per il resto è il vuoto, o quasi.

Pertanto, va sempre salutata come un avvenimento l’uscita di un volume capace di focalizzare un qualche aspetto o una specifica componente del settore illustrativo, come il saggio di cui ci apprestiamo a parlare. In effetti, sulla illustrazione vige un ingiustificato equivoco. Il fatto è che essa, per sua natura, è un’arte “servile”: nel senso che l’illustrazione viene eseguita in funzione di una cosa “altra” (soprattutto, frequentemente, un testo letterario), per cui si potrebbe erroneamente credere che l’illustratore non sia un artista. In realtà è in buona misura l’opposto: ossia non soltanto anche l’illustratore – come qualunque altro artista – ha un proprio stile, possiede spesso degli eccellenti requisiti tecnici e via discorrendo, ma soprattutto deve avere – come l’artista “puro”, per esempio il pittore – una grande sensibilità e saperla poi, insieme a tutte le sue doti, mettere appunto “al servizio” di altro.

Ebbene, uno dei più robusti filoni creativi, nello sviluppo moderno della illustrazione, è quello legato al cinema. Non esiste spettatore che non sappia come il cinema viene pubblicizzato per varie vie, quali le pubblicità radiofoniche e televisive, o i “prossimamente” cinematografici (a loro volta veicolati spesso tramite la televisione) e infine con un’arte visuale “fissa”, vale a dire i manifesti cinematografici, affissi sui muri delle città e giunti, soprattutto durante gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo appena trascorso, al massimo livello artistico. Artistico, sissignori. Perché nel settore del cartellonismo cinematografico bisogna essere appunto degli eccellenti artisti per potere mettere insieme, attraverso il collante della sensibilità personale, sia le doti tecniche cui si accennava sopra, sia la capacità di raffigurare con credibile efficacia i volti e i corpi degli attori (per i quali, trattandosi di corpi e volti noti a chiunque, è impossibile barare) e infine saper sintetizzare in un’immagine lo spirito stesso del film pubblicizzato. Alla faccia della “semplicità” della illustrazione… Anzi, i cosiddetti bozzetti originali – quelli che, poi elaborati tipograficamente e con l’aggiunta di scritte di vario genere, costituiranno i manifesti dei corrispondenti film – hanno spesso la vera e propria valenza di “un quadro”, grazie alla validità della tecnica e alla eventuale genialità della prospettiva figurale infusa loro dall’artista.

Ebbene, in questo settore l’Italia ha avuto – in particolare nel periodo sopra citato, ma anche prima e anche dopo – una schiera di illustratori che nulla hanno da invidiare a quelli di qualunque altra nazione. Solo che la loro opera, grazie all’equivoco cui si accennava, ossia la effettiva caducità materiale dei manifesti, oltre alla loro presunta essenza effimera sul piano dell’arte e del contenuto, conduce in genere a una scarsa considerazione verso gli originali. E solo l’amore e l’intelligenza di qualche appassionato portano alla loro salvaguardia, riescono a preservarli da una autentica azione delinquenziale, come il far fare loro la fine di carta da macero. Uno di questi illuminati “conservatori”, forse il principe fra tutti, è Paolo Marinozzi, personalità sfaccettata e ricca di diversificati interessi, ma per quanto riguarda ciò di cui stiamo parlando, straordinario collezionista di molte centinaia di questi bozzetti originali dei manifesti illustrati da tanti artisti e quindi dei “loro” film. Un po’ alla volta Marinozzi ne ha messo insieme una straordinaria raccolta, sistemata in seguito come un vero e proprio “museo” in una antica e capiente casa avita. Così facendo, ha dotato di una istituzione davvero insolita e culturalmente d’avanguardia – grazie alla sua entità di stupefacente memoria storica – la piccola, graziosa borgata del maceratese dove egli risiede, Montecosaro.

L’intelligenza di un imprenditore si vede però anche dal suo rapporto con la società in cui vive. Montecosaro non rientra nei grandi itinerari turistici, sicché Marinozzi, per favorire anche chi non abbia la possibilità di raggiungere il suo museo, ne ha curato e pubblicato un catalogo funzionalissimo (ma soprattutto: bellissimo da guardare, nelle sue grandi dimensioni), intitolato Cinema a Pennello, con l’arguto sottotitolo Bozzetti di Storia. Si tratta di un vero e proprio saggio, contenente la riproduzione a colori delle varie centinaia di opere del suo museo, corredato però di altre componenti, che in qualche modo fanno diventare quest’opera, a livello cartaceo, la metafora ovunque accessibile del museo stesso e l’eventuale presagio di una effettiva visita materiale. Inoltre – ciò che non guasta, anzi la impreziosisce – l’opera è anche elegantemente impaginata, opera del grafico Michele Rossi.

La parte introduttiva del saggio è molto coinvolgente, specie per la sua prospettiva personalistica e come documento etico di una passione soggettiva (peraltro così utile sul piano culturale). In essa Marinozzi racconta la nascita, lo sviluppo, i momenti, le difficoltà e i piaceri della sua dedizione a questa creatura. E, sempre sul piano emotivo, è godibile il fresco ritratto psicologico dedicato, a mo’ di conclusione del volume, a Claudia Cardinale (della quale peraltro segue la filmografia completa), anche come ringraziamento per avere accettato di fare da “madrina” all’inaugurazione del museo stesso, all’inizio del 2011. L’autentico valore del saggi sta però nelle sue due componenti complementari di fondo, quella visuale e quella documentaria. Visivamente, esso è una straordinaria “antologia” di quegli artisti che del manifesto cinematografico hanno fatto un filone visuale popolarissimo e al tempo stesso originale per concezioni e stili. Per esempio, quelli che sono stati gli irrinunciabili maestri di altri colleghi venuti dopo, come Anselmo Ballester, forse l’esempio artistico di profonda cultura e il più alto di tutti, che comunque ha dipinto ininterrottamente per oltre cinquant’anni manifesti cinematografici, utilizzati perfino all’estero (tanto che dopo la sua morte, nel 1974, gli fu dedicata una mostra al Centre Pompidou di Parigi).

Ma vi si incontrano anche le personalità originali come Silvano Campeggi, in arte Nano, che tra la fine degli anni Quaranta e i Cinquanta rivoluzionò l’estetica di tutto il cartellonismo, addirittura poi anche conteso dai massimi divi del periodo per essere da lui ritratti come – nel Rinascimento – nobili e signorotti si contendevano i pittori di grido. Varie pagine, sempre per esempio, sono dedicate ad Averardo Ciriello, insuperabile pittore di fascinose “donnine” – specie in pubblicazioni che all’epoca fecero scalpore e scandalo, come Otto e mezzo – e di ritratti “nudi” di parecchie attrici al tempo dei loro trionfi (e qui riportati); il quale dipinse per il cinema oltre tremila manifesti, anche per opere famosissime, specie molti western o quelli della serie del “Monnezza” con Thomas Milian. Ma elencando ancora qualche nome si farebbe torto a tutti gli altri. In effetti, questo catalogo riporta numerose opere per ciascuno degli oltre sessanta illustratori che si sono dedicati, in tutto o in parte, a questo aspetto particolare dell’alte.

A una cinquantina di loro, inoltre, è dedicata la parte saggisticamente più notevole del catalogo. Per ciascuno, infatti, Marinozzi ha redatto una scheda informativa, dalla quale risultano sia brevi cenni biografici sia un essenziale elenco delle opere nei vari settori in cui essi hanno operato, e spesso con un sintetico parere critico. Saggio, dunque, che è anche complemento ideale di una qualunque enciclopedia del cinema, in quanto di ogni manifesto sono riportati solo il titolo e il regista del film, per cui si è automaticamente invogliati ad andare a leggersi la corrispondente scheda, con attori, trama e via discorrendo. Ossia il piacere di riandare a tanti tasselli della memoria, tramite una rivisitazione di sapore suggestivamente visuale. Quasi un… albo di figurine che rimandano a tessere del mosaico della propria cultura in quel settore – il cinema – nato appena poco più di un secolo fa e che non a caso è considerato l’ottava arte.

Gianni Brunoro

 

 

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