Museo del Cinema a Pennello

Una collezione privata che rende omaggio ai creatori dei manifesti cinematografici, specchio di un’Italia artigiana e sognatrice che non esiste più. Renato Casaro, Angelo Cesselon, Renato Ciriello, Mario De Berardinis, Ermanno Iaia: nomi ormai dimenticati. Eppure a guardare le loro opere si prova una sensazione di familiarità che lascia basiti. I loro bozzetti per i manifesti cinematografici sono lo specchio di un’epoca sì passata ma così amata da non essere mai stata scordata.

Dovrebbero essere considerati, questi artisti caduti nell’oblio, i testimonial di una terra, quella italiana, che sull’artigianalità e la creatività ha costruito grandi fortune e immensi patrimoni artistici troppo spesso dimenticati e sottovalutati. Questi bozzetti cinematografici sono lo specchio del patrimonio artistico del Bel Paese caduto nel dimenticatoio. Perciò il Museo del Cinema a Pennello di Montecosaro, borgo medievale arrocato sulle colline maceratesi, a pochi chilometri dall’Adriatico, merita attenzione, essendo un esempio virtuoso di collezionismo privato. Il suo creatore-collezionista, Paolo Marinozzi, nega con orgoglio di aver ricevuto una mano dalle istituzioni e ribadisce con grande soddisfazione di aver fatto tutto da solo. La sua è la più grande collezione italiana di bozzetti e di manifesti cinematografici e conta ormai più di mille esemplari. Anzi, a quanto pare, è anche l’unica. L’opera di ricerca è iniziata negli anni Novanta e prosegue tuttora: il museo invece ha aperto i battenti nel giugno del 2011 e ha già avuto più di 2000 visitatori.

Un’esposizione fai da te, ricavata all’interno dell’antico palazzo di famiglia: si parte dal pian terreno, con le opere degli ultimi maestri, quelli degli anni Settanta, e si passa al piano superiore, dove sono i bozzetti più antichi. Nessun orpello museografico e nessuna costruzione architettonica o mentale che richiamino chissà quale teoria all’avanguardia della museologia internazionale: il pregio maggiore di questa esposizione sta tutto nella sua semplicità. Quest’ultima però ha generato anche qualche difetto: la differenza di stile nell’allestimento fra i due piani appare a tratti eccessiva e, in alcuni casi, le luci non rendono giustizia alle opere esposte, così come la carta da parati damascata del piano nobile, che confonde più che esaltare.

Questi piccoli nei sono ben poca cosa rispetto allo stupore che si genera nello spettatore al momento di osservare tali bozzetti: opere su carta o cartoncino, a tempera o ad acquarello ma comunque dallo spiccato valore artistico. Artisti-artigiani impareggiabili dovevano essere questi pittori che, nello sfavillante mondo del cinema di allora, non meritavano neppure di comparire nei titoli di coda del film. Una vera e propria ingiustizia, specie se si pensa che all’epoca non esistevano trailer e spot pubblicitari e si decideva di andare o non andare a guardare un film solo dopo aver visto i manifesti. Ecco perchè veniva riservata tanta attenzione al momento della loro creazione ma poi, dopo la stampa, venivano considerati carta straccia da portare al macero.

Questi bozzetti sono invece testimonianze uniche dello stile pittorico figurativo italiano il quale, che piaccia o no, esiste e resiste, nonostante tutto, almeno fino agli anni Settanta. Queste opere tuttavia sono anche uno dei segni più tangibili dell’artigianalità italiana di un’epoca che sembra ormai remota ma non lo è, quella cioè che precede l’avvento della grafica computerizzata. Molti di questi bozzetti sono dei veri e propri disegni preparatori in scala: mostrano la stessa quadrettatura fatta a mano dei cartoni per gli affreschi medievali. Basti pensare che alcuni di questi manifesti riuscivano a raggiungere dimensioni enormi al momento della stampa ed erano composti da molti fogli. Per un appassionato di cinema, di storia dell’arte ma anche di storia dell’Italia del Novecento, un viaggio nel cuore delle Marche per vedere questi bozzetti  vale davvero la pena.

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