A Don Bernardo

Poche righe, ma emozionanti e toccanti, dedicate dal coetaneo (ed ex-seminarista) Raffaele Isidori, a Don Bernardo Scendoni, ex-parroco di Montecosaro, in occasione del 50° anniversario delle sua ordinazione sacerdotale, avvenuto domenica 26 giugno 2005.

 

 

A DON BERNARDO

“Saranno poche le righe di saluto e di augurio per offrire un contributo intonato alla festosa celebrazione del 50° anniversario di sacerdozio del nostro caro parroco don Bernardo.

Pur se qualche volta confusi per il lungo tempo trascorso, ritornano alla memoria gli anni particolarmente difficili del periodo bellico, quando nel seminario di Fermo risultavano presenti circa 200 ragazzi da sfamare tutti i giorni e più volte al giorno, magari ricorrendo anche a fantasiose soluzioni (vedi a colazione l’acqua calda con il cacao, chiamata dai ragazzi “acqua cacaoata”).

Ricordo le notti insonni passate a recitare interminabili rosari nello scantinato dell’edificio per paura degli aerei inglesi che illuminavano le tenebre con grappoli di “bengala”, cercando di colpire possibili obiettivi militari. Ricordo anche l’enorme quantità di legna da ardere stipata nello scantinato, materiale che, inspiegabilmente, sarebbe dovuto restare scorta intangibile a tempo indeterminato e ciò mentre le giganti stufe “Becchi” in terracotta rimanevano sistematicamente spente. Indimenticabile il freddo pungente e le candele accese per disgelare i rubinetti dell’acqua corrente al risveglio mattutino, al fine di poter detergere dagli occhi la “cimmerea nebbia”, come direbbe il Parini.

Quando la sirena posta sulla torre del Duomo suonava l’allarme, automaticamente veniva interrotta la corrente elettrica e noi ragazzi rimediavamo con la bianca luce delle pericolose lampade ad acetilene che spesso spedivano qualcuno in infermeria.

Impresso rimane nel ricordo quel mattino di novembre del 1943 quando, tutti convocati nella cappellina, venne dato l’ordine di ritornare alle nostre case partendo per le ore 11,00 e ciò a causa dell’aumentato rischio della permanenza. A quello un po’ ingenuo che chiedeva preoccupato con quale mezzo saremmo partiti, venne risposto: “Con il cavallo di San Francesco” ed egli di rimando: “A che ora parte?”. (Sarebbe potuta anche essere una battuta di spirito se egli avesse saputo cosa fosse il cavallo di San Francesco).

E’ vero che i preti da sempre hanno avuto inventiva e coraggio riuscendo a trovare in ogni circostanza la soluzione ottimale per risolvere i più svariati problemi.

Chi scrive, coetaneo di don Bernardo, è orgoglioso di aver avuto la fortuna di vivere quei periodi pur densi di molte difficoltà ma, tuttavia, assai importanti sul piano educativo. Periodi che hanno coinciso con la formazione culturale e religiosa dei ragazzi, sia che abbiano completato gli studi in seminario, sia che li abbiano interrotti per seguire altre strade.

Ciò che più infastidisce per quanto attiene i sacerdoti è la superficialità di coloro che ne parlano con la presunzione che il loro giudizio, immotivatamente negativo, sia oro colato e ciò senza informarsi e senza conoscere quello che i sacerdoti realmente rappresentano. Si tratta del solito qualunquismo ormai anacronistico che neanche nella storia ha trovato un’identificazione politica, restando figlio dell’ignoranza e della disinformazione.

I sacerdoti sono i primi che ci salutano con il battesimo quando veniamo al mondo mentre, come dice il Leopardi, i genitori sentono solo il dovere di lenire il pianto dell’infante per consolarlo dell’esser nato.

Sono sempre i sacerdoti che ci seguono nel periglioso mare della nostra esistenza e sono sempre essi ad offrirci il saluto di commiato in occasione della dipartita.

Non è vero che i preti guazzano nell’abbondanza come spesso scioccamente afferma l’uomo della strada. Se ciò fosse vero, saremmo tutti degli sprovveduti per non aver adeguatamente apprezzato l’occasione di risolvere i nostri problemi, specie di natura economica, e di aver preferito di trascorrere magari una vita grama, “sanza infamia” e “sanza lodo”, come direbbe Dante Alighieri.

Il ruolo del sacerdote in seno alla comunità che presiede resta sempre assai scomodo poiché, più che gioire degli eventuali successi dei propri parrocchiani, egli si ritrova soprattutto a soffrire con chi soffre.

Chi è solitamente in malafede, più che apprezzare le virtù del sacerdote, cerca disperatamente motivi di feroce critica per demolire, demonizzare e, magari, ridicolizzare l’operato dell’indifeso prete che, tuttavia, resta come “torre ferma che non crolla giammai la cima per soffiar de’ venti” e prosegue per la propria strada con ferma determinazione e salda fiducia nell’aiuto del Cielo.

Don Bernardo si è perfettamente integrato e, dopo 48 anni di permanenza, può considerarsi montecosarese a tutti gli effetti, senza peraltro cedere ai ricorrenti momenti, più che di alienazione mentale, di estemporanea bizzarria tipica dei montecosaresi, salvo il caso in cui indugia caparbiamente a carpire improbabili melodie dalle tastiere degli strumenti musicali.

Comunque, ad una siffatta pasta d’uomo che non ha mai assunto l’atteggiamento di protagonista ed è vissuto sempre nell’ombra dell’umiltà più disarmante, non si può non perdonare ogni innocente debolezza, compresa quella legata all’uso del pentagramma.

Coraggio caro don Bernardo! Non siamo ancora giunti al capolinea e la considerazione dei tuoi parrocchiani calorosamente esternata oggi ti sia di sprone per giungere ad altri ambiti traguardi, pur con la preziosa collaborazione dei tuoi validi fiancheggiatori, la cui generosa operosità ha molto contribuito ai tuoi prestigiosi successi.

Ed ora sei pregato di accettare il cordiale invito formulato coralmente dalla comunità parrocchiale con rime rubate e arrangiate di un noto poeta satirico toscano dell’ottocento:

E tu giunto a compieta,

Bernardo come mai

confondi con la dieta

la gran fame che hai?”

Oggi è festa grande e, come dice Orazio,

carpe diem” perché “nunc est bibendum”, ricordando che “semel in anno licet insanire”.

Ad multos annos, ad majora semper caro amico don Bernardo!”.

Raffaele Isidori

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